Cultura e Informazione Enologica - Anno XVII
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Il Gusto dell'Omologazione


 Da molti anni il vino sta vivendo - o meglio, rivivendo - un nuovo e sensazionale interesse da parte dei consumatori e dei mezzi di comunicazione. Da nobile bevanda destinata a pochi eletti, quando era buono, o deprecabile vizio, quando era cattivo, il vino è stato consacrato ad uno status symbol segno del vivere raffinato e dell'essere alla moda in questi tempi dove apparire è più importante che essere. Il vino non poteva certamente essere un'eccezione a questa nuova regola moderna. Iniziato come un nobile tentativo di rivalutazione tradizionale e culturale della nostra millenaria e amata bevanda, oggi lo scenario è ben diverso e la speculazione, non solo economica, ha preso il sopravvento. Il vino è diventato una moda, una delle tante, in cui è sufficiente sfoggiare due o tre nomi di etichette “che fanno colpo” o di uve importanti e famose per essere considerati veri intenditori.

 Si sa, apparire è oramai una questione così importante e strategica nei rapporti interpersonali che pochi - per timore di fare brutta figura - osano approfondire mentre altri tacciono abbaiati da tanto carisma. Basta poco per diventare veri esperti di vino e impressionare i propri interlocutori: due parole “magiche” pronunciate al momento giusto confidando nell'ignoranza altrui e con la speranza di farla franca e di non essere scoperti. Nel mondo del vino sono emerse da diversi anni alcune parole “magiche” che sembrano trasformare in oro tutto ciò che toccano esattamente come la leggendaria pietra filosofale di Re Mida. Fra queste parole - senza ombra di dubbio - si devono includere i nomi delle oramai celebri e abusate uve “internazionali”. Merlot, Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Sauvignon Blanc - tanto per citare alcuni esempi - sono uve che hanno raggiunto una così elevata notorietà - anche se sarebbe opportuno dire che sono le uve sulle quali si è maggiormente speculato - tanto che la presenza di una di queste uve in un vino sembra promettere nettari divini di indiscutibile pregio.


 

 Dopo una premessa di questo genere riteniamo opportuno fare una dovuta precisazione. Non siamo ovviamente contrari all'uso di queste uve, sappiamo benissimo che sono capaci di creare grandissimi vini, ma siamo altrettanto consapevoli che queste uve - da sole - non bastano a fare grandissimi vini. Quanti grandi vini Bordolesi, Borgognoni e della Valle della Loira, fatti con le uve che abbiamo citato come esempio, si potrebbero elencare? Molti, anzi moltissimi. La Francia è stata - ed è ancora - un forte riferimento enologico per tutti i paesi vinicoli del mondo e forse sono ancora in molti a credere che il successo Francese sia legato all'uso di certe uve. Probabilmente in molti non si sono ancora accorti che nelle etichette dei vini Francesi non viene mai riportato il nome delle uve utilizzate per fare un vino, e certamente non per il fatto di tenere nascosti “certi segreti”. L'enologia Francese è fortemente radicata al concetto dell'importanza del territorio e del suo contributo nel rendere unico un vino. Certo, il vino si fa con l'uva, ma l'uva da sola non diventa vino, ha bisogno di tanti altri fattori a partire dall'intervento dell'uomo e dalle caratteristiche del territorio.

 Non intendiamo sostenere che nelle etichette non debbano essere indicate le uve con cui si è prodotto un vino, al contrario, siamo per la chiarezza più trasparente e che siano comunicate ai consumatori tutte le informazioni utili a comprendere un prodotto, uve incluse. Quello che ci piace sottolineare è che nei loro luoghi di origine, queste uve - oramai definite “internazionali” ma in quei luoghi da considerarsi come autoctone - non godono del clamore e della notorietà che invece si riscontrano in altri paesi. Eppure, visto il successo del Merlot e dello Chardonnay - tanto per citare due esempi - sarebbe nell'interesse degli stessi Francesi mettere in chiara evidenza l'uso di queste uve nelle etichette dei loro vini: sarebbe un innegabile vantaggio commerciale. Per i Francesi è il cru ciò che è più importante ed è questo ciò che viene esaltato nelle etichette. Possibile che Madre Natura sia stata così benevola solamente con la Francia regalandogli memorabili terre da vino tanto da sottovalutare il fattore uva? L'esperienza e i fatti ci dimostrano chiaramente che non è così. Memorabili terre da vino sono presenti in molti paesi del mondo.

 Nonostante queste considerazioni, l'impiego di certe uve nei vini sembra assicurare un discreto successo, questo è quello che si può evincere dalle preferenze dei consumatori e del mercato. I produttori stessi ribadiscono da anni che i vini prodotti con le cosiddette uve “internazionali” si vendono meglio di quelli prodotti con uve autoctone. Forse questo spiega anche il motivo delle modifiche dei disciplinari di produzione di zone vinicole tradizionali e celebri in cui si introducono, per la prima volta nella loro storia, uve come Merlot, Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Sauvignon Blanc. In queste zone sembra che il fattore territorio non sia più sufficiente a fare vendere i loro vini, tuttavia è molto probabile che le cause siano da ricercarsi altrove. Sarebbe interessante vedere l'effetto che avrebbe l'introduzione del Sangiovese nel Bordolese o del Nebbiolo nella Borgogna, tanto per fare un raffronto. Chissà perché ai Francesi non è mai venuta in mente questa idea? Ad onore del vero in molte zone si sta cercando di rivalutare le qualità del proprio territorio - uve comprese - e questo sembra essere l'inizio di una nuova tendenza che lentamente si sta facendo largo nel nome di antiche e romantiche tradizioni. Iniziative certamente lodevoli ma che forse non sono sufficienti per il riconoscimento e l'apprezzamento delle qualità di un territorio innegabilmente diverse da qualunque altro.

 Esempi di rivalutazione dei vini di un territorio e delle sue uve sono così tanti che sembra difficile credere alla situazione attuale. Sono molti i produttori che hanno avuto successo nel rivalutare le risorse del proprio territorio e che hanno contribuito al successo di altri produttori e della loro zona affermando una diversità tradizionale e culturale. Non siamo contrari alle uve internazionali, ribadiamo la nostra convinzione, fin troppo evidente nei fatti, che queste uve, unitamente al territorio in cui sono coltivate, sono capaci di creare vini di primaria grandezza ed eleganza. Il problema è che si comincia da anni ad avvertire una certa stanchezza verso quei vini “tutti diversi eppure tutti uguali” accomunati da un gusto fin troppo omologato e scontato, il più delle volte prodotti con le solite uve. Forse la colpa è anche dei consumatori, fin troppo pigri e attratti dall'apparenza e per niente interessati alla sostanza, che non hanno la curiosità - permetteteci di aggiungere - e l'intelligenza di comprendere il valore della differenza. Esistono migliaia di vini in tutto il mondo - diversi e interessanti - un patrimonio che dovremmo essere capaci di valorizzare e difendere. Le uve internazionali hanno un grande e innegabile valore enologico, tuttavia non sono le uniche con le quali si possono fare grandi vini. Viva la differenza!

 



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La Posta dei Lettori


 In questa rubrica vengono pubblicate le lettere dei lettori. Se avete commenti o domande da fare, esprimere le vostre opinioni, inviate le vostre lettere alla redazione oppure utilizzare l'apposito modulo disponibile nel nostro sito.

 

Qual'è la differenza fra il Moscato di Pantelleria e il Passito di Pantelleria?
Carlo Nocera -- Palermo (Italia)
Il Moscato e il Passito di Pantelleria sono certamente fra i vini dolci più rappresentativi di tutta Italia ed è difficile trovare qualcuno a cui non piacciano. Dolci, densi, aromatici e suadenti, sono buoni compagni di formaggi piccanti e della pasticceria. Questi vini sono prodotti con uva Moscato di Alessandria - localmente detta Zibibbo - coltivata in vigneti circondati da muriccioli e le viti sono generalmente piantate in buche scavate nel terreno in modo da proteggerle dai forti venti e sfruttare l'acqua della pioggia. Il Moscato di Pantelleria è prodotto con uve da vendemmia tardiva e il mosto è lasciato brevemente in contatto con le bucce in modo da arricchirlo dei tipici aromi. Il Moscato di Pantelleria deve avere un titolo alcolico minimo del 12,5% e zuccheri residui compresi fra l'1 e il 5%. Il Passito di Pantelleria è prodotto con uve da vendemmia tardiva lasciate appassire al sole, il titolo alcolico minimo è del 14% e zuccheri residui che possono arrivare anche al 12%. Entrambe le versioni possono essere prodotte come liquoroso nel caso in cui sia stato aggiunto alcol etilico o acquavite di Moscato. Infine, il Moscato Naturale di Pantelleria è prodotto con uve da vendemmia tardiva alle quali si aggiunge una parte di uve leggermente appassite.



Mi piace lo Champagne e mi piace apprezzare nel bicchiere due qualità in particolare: il perlage e gli aromi. Se uso un classico flûte, il perlage si sviluppa molto bene ma gli aromi sono penalizzati, se uso un calice più grande, il perlage svanisce in fretta ma gli aromi sono accentuati. Esiste una soluzione a questo problema?
Jean-Marc Métrat -- Lione (Francia)
Gli aromi dello Champagne, in particolare i millesimati lasciati maturare in bottiglia sui propri lieviti per molti anni, sono decisamente penalizzati dall'uso di un calice flûte. Nonostante questo tipo di calice sia eccellente per il lento e continuo sviluppo del perlage, in realtà penalizza fortemente lo sviluppo degli aromi. Al contrario, calici più grandi, come per esempio quelli usati per i vini bianchi maturi, sono eccellenti per l'apprezzamento degli aromi ma, a causa dell'ampia superficie di contatto con l'aria, il perlage svanisce rapidamente favorendo un rapido rilascio di anidride carbonica. Questo causa anche la perdita dell'effervescenza che negli Champagne - così come negli spumanti metodo classico - svolge un ruolo importante nella determinazione dell'equilibrio. Questo inconveniente si può risolvere in due modi, di cui il secondo è maggiormente consigliabile. La prima soluzione consiste nello smerigliare il fondo del calice in modo da creare il cosiddetto punto di effervescenza - un piccolo cerchio di 3-5 millimetri di diametro è sufficiente - mentre il secondo consiste nell'utilizzare un calice ampio con un fondo conico profondo dalle dimensioni ridotte - soluzione che è stata adottata anche da molti consorzi di produttori di spumanti metodo classico, come Champagne e Franciacorta - e che consente di esaltare sia gli aromi sia il perlage. Un'immagine del calice adottato dal consorzio dei produttori del Franciacorta è riportata nell'articolo “L'Abbinamento del Cibo con gli Spumanti” pubblicato nel numero 9, Giugno 2003 di DiWineTaste.



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