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  Editoriale Numero 114, Gennaio 2013   
Guerre EnologicheGuerre Enologiche  Sommario 
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Guerre Enologiche


 Una storia vecchia quanto quella del vino, probabilmente nata il giorno che la bevanda di Bacco ha fatto il suo ingresso nella cultura e nell'evoluzione dell'uomo. Più volte ho parlato di questo aspetto - che probabilmente non fa proprio bene al vino in generale - ma, a quanto pare, non riesce a trovare una pacifica soluzione. Dispute, diatribe, discussioni - spesso a sproposito e senza nessuna competenza o conoscenza in materia - accendono gli animi fra gli appassionati di vino, spesso innescate dagli stessi produttori. Le discussioni sul vino seguono il destino delle mode che, periodicamente, si affacciano nei calici degli appassionati e ne alimentano accese battaglie. Strenui sostenitori si schierano dall'una o dall'altra parte, spesso la scelta delle parti va ben oltre le semplici due alternative, facendo nascere scontri - spesso puramente ideologici, quasi religiosi - che sembrano non finire mai. E se finiscono, è spesso perché se ne sono aggiunti altri, sostituendo mode e orgogli, ma con il risultato di mantenere vive le urla dei tanti, indaffarati a fare prevalere le proprie ragioni su quelle degli altri.


 

 Si muovono accuse, si lanciano invettive, tutte con il solo e palese obiettivo: dimostrare, spesso in modo cieco e ipocrita, di avere ragione e chi non la pensa allo stesso modo è persona brutta, cattiva e disonesta. Cominciamo dai produttori, premettendo - in modo chiaro - che, in ogni caso, anche quando non mi trovo d'accordo con le loro posizioni, rispetto sempre, comunque e in ogni caso, il loro lavoro e i vini che producono, anche quando, a titolo esclusivamente personale, non mi piacciono. Il rispetto, prima di tutto e sopra tutto, l'arroganza, invece, mai giustificata. Mai giustificata nemmeno la speculazione, né ideologica, né economica. Sia chiaro, ancora una volta, che produrre vino, vino di qualità, è oneroso in termini economici e di risorse, pertanto è più che legittimo, anche auspicabile, che si pensi al proprio profitto. Una cantina, in fin dei conti, non è una società di volontariato con sinceri e nobili fini umanistici e sociali: è un'impresa. Questo è qualcosa che dovrebbero capire anche in consumatori, soprattutto quelli che riservano al vino solo sentimenti naturali, aulici e romantici.

 I produttori, per così dire, sono in un certo senso costretti a sostenere il proprio lavoro e i loro vini. Una scelta inevitabile e comprensibile, almeno quando è sostenuta in modo sincero e onesto: se non sono loro i primi a credere nel loro lavoro, non potranno di certo essere i loro consumatori. Inoltre, quando queste scelte sono sostenute con sincerità e onestà, i produttori tendono ad essere molto polemici e “feroci” contro i produttori che non condividono le stesse scelte, lo stesso modo di fare e vedere il vino. Si arriva a veri e propri scontri ideologici, accusandosi a vicenda sulla rispettiva disonestà, erigendosi a baluardi, come unici difensori del vero vino e del vero modo di fare vino. Ognuno di questi, si pone come autentico depositario di un'arte - che si realizza anche attraverso la scienza e la conoscenza, entrambe mai abbastanza, mai esatte - strenuo difensore della “natura” e di una presunta integrità morale, culturale e intellettuale. Fa sorridere, certo, soprattutto se si pensa che il vino non esiste in natura, non è un'invenzione di Madre Natura, ma semplicemente una bevanda creata dall'uomo interagendo con i processi che da sempre la Natura mette in atto a proprio vantaggio.

 Alla Natura non interessa affatto il vino, nemmeno all'umile vite, che abbiamo costretto a vivere in un modo, in un ambiente e per una finalità che di certo non le appartengono e che la Natura non le ha dato. Certo, siamo tutti ben felici di sapere che dai dorati e purpurei grappoli dell'uva si possa ottenere una bevanda nobile e inebriante come il vino. Oppure un condimento forte e vigoroso come l'aceto. Ma anche un succo dolce e piacevole, da bere così come sgorga dagli acini appena spremuti. Intorno a quello che l'uomo riesce a ottenere dalla vite si scatenano guerre feroci, tutte tese all'affermazione della stessa cosa, seppure espressa in forme diverse: dimostrare di essere il migliore. Molto spesso, non si riesce a comprendere, nemmeno ad avere il sospetto, che se proprio esiste il “migliore”, di certo non esiste un solo e assoluto modo di esserlo. C'è chi sostiene che il vino deve essere lontano dalla chimica, dimenticando che il vino è anche l'inevitabile risultato di processi chimici. C'è chi sostiene che la tecnologia moderna è il male assoluto del vino e si dovrebbero mantenere le tradizioni di un tempo che fu, dimenticando che i tempi passati restano tali e, qualora fosse possibile, probabilmente nessuno sarebbe disposto a viverli nuovamente al prezzo della rinuncia di quello che il progresso e tempo hanno portato. Compreso quello che ha portato al vino, alla viticoltura e all'enologia.

 Oltre che acceso e feroce, il dibattito degenera velocemente poiché tante, decisamente troppe, sono le correnti di pensiero, filosofie, sette enologiche illuminate, ognuna - nella sua logica - esatta e indiscutibile. Come le religioni, in fin dei conti. Le diatribe trovano un naturale megafono attraverso i canali di comunicazione più diversi, a partire dalle reti sociali - i cosiddetti social network - dove tanti, forse troppi, e, non da ultimo, senza alcuna competenza o conoscenza in materia, da “fiato alla propria tromba”, correndo in aiuto e perorando quella causa che diviene intimamente propria. La differenza e la diversità sono patrimoni inestimabili, un'infinita ricchezza a beneficio di tutti, una risorsa straordinaria per il confronto, per la crescita e per il miglioramento. Le parole dette solo perché si devono dire, senza nemmeno essere nella condizione di supportarle o di argomentarle in modo concreto, non servono a niente. Dimostrano unicamente la “sudditanza da servitore sciocco” al servizio di altri, con l'illusione, grama e vuota, di sentirsi “importanti”, parte di un “gruppo di eletti” che in quel momento si crede essere più comoda e conveniente.

 Questi soggetti, spesso assumono atteggiamenti presuntuosi e di disgustosa arroganza, convinti che quello dicono sia la verità incontrovertibile, assoluta e rivelata. Il conflitto assume la forma del personalissimo orgoglio, con l'unico obiettivo di tutelare la propria posizione e uscire vincitori dallo scontro. A nulla serve esprimere il proprio parere: se è contrario a quello di qualcun altro, l'invettiva entra in scena a difendere la lesa maestà. In tutto questo, cosa c'entra il vino? Niente. Proprio niente. Alla fine ognuno resta fermo nella propria posizione, ognuno continua a preferire l'uno o l'altro vino, l'una o l'altra religione enologica, anche per continuare a sostenere il proprio orgoglio e continuare a dimostrare di essere dalla parte del giusto. Quello che resta è un'infinita discussione che lascia infinite macerie, macerie del nulla. A leggere certe “lotte” viene da pensare: ma siamo proprio sicuri di avere compreso cosa sia il vino? Siamo proprio sicuri che questi scontri infiniti dove ognuno resta comunque irremovibile nella propria posizione, faccia veramente bene al vino? Io sono convinto di no. Servono punti di incontro e unione di intenti, perché se il vino e i loro territori hanno fallito in qualche modo, è soprattutto a causa delle eterne divisioni - di produttori, consumatori e scrittori - nel sostenere, stupidamente e ciecamente, che l'erba del vicino è certamente meno verde della propria.

Antonello Biancalana



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