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Quello Che Ho Imparato dal Vino


 Sono oramai oltre venti anni che mi occupo di vino. Tutto è iniziato come una passione amatoriale, forse alimentata dal fatto di essere cresciuto in una cultura che è fondata sul vino, come la gran parte delle persone che vivono in Italia o nei paesi dove storicamente si produce la bevanda di Bacco. Il mio primo contatto con il vino - del quale ho memoria - non è stato esattamente il vino, ma la magia del luogo dove questo nasce: la vigna. La prima “autorità” del vino che ho conosciuto è stato mio nonno, fra l'altro, abilissimo e apprezzatissimo innestatore di piante e alberi. Come accadeva in passato, qualcosa che rappresentava un fatto assolutamente normale e indispensabile per chiunque avesse della terra, mio nonno produceva vino. La sua era una produzione per puro consumo personale, come per la maggioranza di quelli che producevano vino. Mio nonno era molto orgoglioso del vino che produceva dalla sua vigna, così come era orgoglioso della sua vigna che curava pressoché quotidianamente.


 

 I primi ricordi che ho della vigna, della vigna di mio nonno, sono due momenti che ricordo ancora con vera emozione: la vendemmia e il giorno che mi portò con sé in vigna ad aiutarlo. La vendemmia era una vera festa, soprattutto per noi bambini - ed eravamo tanti - che vedevamo in quell'occasione un'opportunità di stare insieme, prima facendo finta di aiutare i grandi a vendemmiare l'uva, poi a ritrovarsi, dopo un'ora circa, tutti insieme a giocare e a combinare qualche marachella. Era una festa, una festa vera che iniziava la mattina presto e finiva la sera, tutti insieme a raccogliere uva e a fare il vino. Il tutto sotto la rigorosa supervisione di mio nonno che seguiva con scrupolo tutte le fasi della giornata, da come si raccoglieva l'uva a come veniva portata in cantina, fino al momento che il mosto veniva travasato nella botte. Era molto orgoglioso della sua vigna e del vino che sarebbe nato qualche mese dopo: nonostante producesse vino per il puro piacere di bere il proprio vino e di offrirlo agli amici e parenti, era comunque molto esigente in vigna e in cantina.

 Il secondo ricordo, quando mio nonno mi portò in vigna ad aiutarlo a sostituire una vecchia vite che era morta. Non ricordo esattamente quanti anni avessi, ma di certo non più di sette. Scavammo una fossa e interrammo un tralcio della vite accanto - usando la tecnica della margotta - e, con mio stupore, mi spiegò che in quel modo una vite poteva replicare sé stessa dando vita a una nuova pianta. Quel vigneto è passato poi a suo figlio - mio zio - e oggi, anche nel rispetto di due vite che si sono dedicate con passione a quella vigna, a quella terra, a quelle viti e al loro vino, continua la sua storia attraverso il lavoro dei miei cugini e mio. Cerchiamo, per quel che possiamo, di curare quella vigna e continuare a fare vino, sempre per uso assolutamente personale. Ritengo l'esperienza di camminare nella vigna che fu di nostro nonno e poi fare vino, sia per me, che scrivo di vino e li assaggio quotidianamente, un'opportunità immensa per comprendere meglio il nettare di Bacco. La vigna e la cantina sono una grande scuola di vita, entrambe ti educano all'ascolto e, più importante, al rispetto. Soprattutto capisci quanto sia faticoso, ma certamente nobile, allevare la vite e fare vino: una scommessa fatta di rischi, continue preoccupazioni nel guardare il cielo, la terra e la vite, gesti che si ripetono, sempre rinnovati e nuovi, ogni anno. E ogni anno è una magia e una meraviglia che si ripetono.

 Non è mia intenzione, ovviamente, celebrare il mio diletto per la vigna e la cantina - direi nostro, visto che il vino lo faccio insieme ai miei cugini - soprattutto per la consapevolezza di produrre vini di livello amatoriale e per uso strettamente personale e da condividere con gli amici. Ritengo tuttavia che comprendere come si fa il vino e cosa accade in vigna - anche in un contesto casalingo e amatoriale - rappresenti per me un'enorme opportunità per capire meglio il lavoro che faccio, quello che scrivo sul vino e sui vini. Poi l'ascolto. Ascoltare non solo le bottiglie - tutte - e quello che si versa nel calice, ma ascoltare anche chi ha prodotto il nettare che riempe di emozioni - belle e brutte - il calice. Ognuno è capace di raccontare storie affascinanti, nel bene e nel male, e quello che ho capito è che il vino riflette perfettamente la personalità di chi lo produce. Persone appassionate, producono vini di altrettanta passione; persone poco sincere e poco oneste, trasmettono ai loro vini le medesime qualità, rendendo i loro vini privi di anima, spogliati di qualunque personalità sincera.

 Non si tratta, evidentemente, di magnificare uno stile enologico rispetto ad altri: grazie al vino ho anche capito che le persone capaci di produrre vini di qualità e ricchi di emozioni, non hanno affatto bisogno di nascondere la propria mediocrità dietro un'etichetta, dietro vuote parole o religioni di comodo. Dal vino ho anche imparato che la tanto odiata tecnologia - ma che ha permesso a tutti di migliorare i propri vini, comprendendo meglio i processi enologici - non è affatto cattiva. Quello che è cattivo è l'uso, o l'abuso, che se ne fa, qualcosa che riguarda unicamente l'onestà e la moralità del produttore. Un produttore in malafede o disonesto, non fa nessuna differenza ai miei occhi: le etichette e le farse patetiche a supporto dei suoi vini non fanno altro che peggiorare la situazione, indipendentemente dal “credo” enologico al quale si affida. Dal vino ho capito che, esattamente come le persone, gli animali e le piante, ognuno di loro, ogni bottiglia, ogni calice, ha una storia irripetibile da raccontare e che merita sempre di essere ascoltata, anche quando non si riesce a comprenderla o a condividerla. Un atteggiamento che ho imparato, prima che dal vino, dal tè, straordinaria bevanda alla quale ho dedicato decenni della mia vita - passione ancora oggi immutata - sia come oggetto di studio, sia come Maestro di vita.

 Di certo anche il vino è mio Maestro di vita: da lui ho imparato quello che il tè non potrebbe mai insegnare, e di certo dal tè ho imparato quello che il vino non può insegnare. Dal vino ho anche imparato che ogni calice, ogni sorso, è capace di ricordarti, in un attimo, che il cammino della comprensione della bevanda di Bacco è pressoché infinito. Ogni sorso aggiunge sempre qualcosa di nuovo alla propria conoscenza, rendendo consapevoli - nel contempo - che anche alla propria ignoranza si aggiunge un nuovo e inquietante vuoto da colmare, che porterà ad altri infiniti e inevitabili vuoti da colmare. Oggi, benché abbia assaggiato la modesta quantità di circa 15.000 vini - oltre un quarto di questi sono parte della Guida dei Vini di DiWineTaste - ho la consapevolezza che c'è ancora molto da imparare, molto ancora da capire e vivere. Dal vino ho anche imparato che il rispetto viene prima di tutto. Rispetto per chi produce vino, con la propria fatica e la propria passione, rispetto che viene prima del loro vino, anche quando non lo si capisce. Questo va sempre ricordato quando se ne parla e quando si scrive di vino. In questo senso, ho anche capito che c'è gente che usa il vino per autocelebrarsi e per credersi sopra tutto e sopra tutti: il vino mi ha insegnato anche ad avere compassione della pochezza di questi vacui soggetti. Il vino mi ha anche insegnato che va condiviso, come alto e nobile atto, perché le belle storie, i momenti piacevoli, restano vuoti e inutili quando non sono condivise. Ho la fiducia e la consapevolezza che il vino mi insegnerà ancora molto.

Antonello Biancalana






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