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  Editoriale Numero 211, Novembre 2021   
Prosecco, Prošek e la Guerra dei NomiProsecco, Prošek e la Guerra dei Nomi  Sommario 
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Prosecco, Prošek e la Guerra dei Nomi


 Il Prosecco è un vino di innegabile successo, fra i più prolifici e proficui che si producono in Italia, senza ombra di dubbio alcuno, uno dei maggiori vini italiani conosciuti nel mondo. Vino di successo, appunto, e come spesso accade, il successo si paga e ha un prezzo. Il Prosecco è anche un vino irrequieto, non tanto per l'esuberanza delle sue bollicine, piuttosto per le vicende che, da sempre, contraddistinguono le sue vicissitudini, sia nel proprio Paese sia negli altri. Un successo planetario enorme, tanto da influire pesantemente sul concetto dei vini spumanti in generale, in modo particolare in quello della mescita, dove – troppo spesso – qualunque vino frizzante o spumante è genericamente chiamato “prosecco”, fino all'orripilante e becera definizione diminutiva che assume, almeno per me, la fastidiosissima definizione di “prosecchino”. Anche questo è chiaramente conseguenza del successo, sebbene – in questo caso – non certo definibile in modo positivo, certamente una “moda” di cui non essere orgogliosi, tuttavia utile a evidenziare la penosa e scarsissima preparazione enologica e professionale dello sciagurato “mescitore per caso” di turno.


 

 I produttori, in verità, hanno cercato di porre rimedio, anche in conseguenza delle vicende relative all'uso del nome “Prosecco”, omonimo quartiere di Trieste, quindi in Friuli Venezia-Giulia. Il nome di questo quartiere, com'è ben noto, ha dato in passato il nome sia all'uva sia al celebre vino spumante e che, a sua volta, deriva dal suo nome sloveno “Prosek”. Nel 2009, con lo scopo di tutelare la DOC Prosecco (quindi il vino), fu introdotto l'obbligo di chiamare l'uva Prosecco con il nome Glera. Una forma di tutela preventiva adottata anche in conseguenza di quanto accadde nella disgraziata e nota vicenda fra il Tokaji ungherese e l'uva Tocai Friulano. Il nome Prosecco, riferito al vino, è innegabilmente evocativo ed equivocabile, lasciando intendere un chiaro riferimento alla quantità di zuccheri contenuti nel vino, cioè “a favore del secco” o “tendenzialmente secco”, facendo quindi supporre una certa dolcezza. Ed è proprio a causa di questo equivoco che sono state perpetrati palesi e innumerevoli tentativi di imitazione, proprio giocando in tutto o in parte sia con il prefisso “pro” sia con la parola “secco”, quest'ultima innegabilmente di uso tecnico-enologico, proprio a significare il grado di dolcezza di un vino.

 Com'è ben noto, il successo è qualcosa che suscita l'interesse di quelli che ne hanno meno, spesso tentando di sfruttarlo in modo subdolo e, non da meno, perfino ricorrendo in modo palese al plagio. In questo senso, il Prosecco, e più in generale, i prodotti dell'agroalimentare italiano, subiscono da sempre tentativi palesi di plagio e di imitazione. Dai formaggi ai vini, passando per qualunque prodotto alimentare italiano di successo nel mondo, l'elenco è decisamente molto lungo. Il Prosecco – il celeberrimo vino spumante che, di certo, non ha bisogno di ulteriori presentazioni – è certamente fra i prodotti italiani a essere maggiormente “plagiato”, molto spesso con vini, non necessariamente spumanti, venduti con nomi che inequivocabilmente ricordano il celebre vino trevigiano. L'espediente più tipico è quello di “giocare” con il termine “secco” che, come già detto, è anche un termine utilizzato nel mondo enologico per indicare il grado di dolcezza, quindi il contenuto di zuccheri in un vino. A prescindere dal suo lecito e inequivocabile uso, molto spesso il tentativo di plagio nei confronti del Prosecco è fin troppo evidente.

 Nelle scorse settimane, i consorzi di tutela del Prosecco – nelle sue diverse denominazioni – unitamente alle associazioni di categoria e le Istituzioni Italiane, si sono opposte in seno alla Comunità Europea contro la richiesta del riconoscimento di protezione per un vino croato, una questione che sembrava sopita dal 2013. La Croazia, infatti, ha inoltrato domanda di protezione – con tanto di pubblicazione nella Gazzetta della Commissione Agricoltura dell'Unione Europea – della menzione tradizionale “Prošek”. Si tratta di un vino della Croazia Meridionale, che – in effetti – non ha alcuna analogia enologica con il Prosecco italiano, poiché si tratta di un vino dolce – prodotto con uve appassite – negli stili bianco e rosso. Quindi, in questo caso, non si tratta di emulare lo stile, piuttosto – così sostengono dall'Italia – di ottenere il riconoscimento per un palese caso di “italian sounding”, cioè evocare un prodotto italiano con un nome simile, quindi equivoco.

 Se è vero che le tantissime ragioni e proteste sollevate in passato a tutela del Prosecco erano lecite e legittime, ritengo, tuttavia, che non si possa sostenere questo atteggiamento sempre e comunque. Sia chiaro: la tutela delle produzioni agro-alimentari dell'Italia è indiscutibile e, quando il tentativo di plagio è appurato, si deve intervenire risolutamente e inequivocabilmente, sia per la salvaguardia della produzione italiana, sia per la tutela dell'indotto economico. Pare altrettanto evidente che, quando si copia o si esegue il plagio di qualcosa, lo si fa unicamente con prodotti di successo, come il vino Prosecco, appunto. Il caso del Prošek croato, a mio avviso, andrebbe considerato in modo diverso. Si tratta di un vino dolce, prodotto con uve passite, negli stili bianco – ottenuto dalle varietà autoctone Bogdanuša, Maraština, e Vugava  – e rosso, quest'ultimo prodotto aggiungendo alle uve dello stile bianco, la varietà Plavac Mali. Fin troppo evidente, il nome – Prošek – richiama inequivocabilmente il celebre vino spumante prodotto in Veneto e nel Friuli Venezia-Giulia.

 La Croazia, nel rigettare le accuse mosse dall'Italia, sostiene che il loro Prošek è un vino tradizionale e prodotto da lungo tempo, vantando una storia di circa trecento anni, alcuni azzardano addirittura due millenni. I croati, infatti, in accordo alla dichiarazione del proprio Ministro dell'Agricoltura, sostengono che il Prošek è un vino dolce tradizionale del paese, citato per la prima volta nel 1774, attualmente prodotto nelle aree a denominazione di origine protetta della Dalmazia settentrionale, centrale e meridionale, Zagora dalmata e Dingac. Nella stessa dichiarazione, si sottolinea inoltre che attualmente sono solamente trenta produttori impegnati nella produzione di questo vino, per un totale di 20 ettolitri all'anno – di fatto, poco più di 2600 bottiglie – le quali sarebbero, per la maggior pare, interamente commercializzate nel mercato interno. Numeri che, confrontati con quelli del Prosecco –cinquecento milioni di bottiglie nel 2020 – pare difficile credere a un'ipotetica minaccia di mercato. Sarebbe come se il piccolo Davide dovesse affrontare – a mani nude e senza nemmeno contare sulla sua portentosa fionda – milioni di copiosi eserciti di agguerriti Golia e armati di tutto punto.

 Si potrebbe sostenere che si tratta anche di una questione di principio: del resto, si obietta la registrazione del nome Prošek, considerata una minaccia per l'identità del Prosecco italiano. Come già detto, i tentativi di plagio del nome di questo celebre vino italiano sono stati e sono tanti, pertanto il Prošek rappresenterebbe l'ennesimo tentativo. Ritengo – ed è mia personalissima opinione – che se è vero che il Prošek è un vino tradizionale della Croazia, con una storia documentata e documentabile, non è giusto negare l'affermazione di questa identità, parte della storia enologica della Croazia, quindi del mondo del vino in generale, esattamente come il Prosecco lo è per l'Italia, solo perché esiste un'evidente similitudine dei due nomi. Esattamente com'è giusto e indiscutibile che l'Italia affermi e tuteli le proprie produzioni agro-alimentari, lo stesso diritto è parimenti giusto e inalienabile per qualunque altro paese. Mi preoccuperei, piuttosto, qualora un consumatore dovesse acquistare il Prošek croato convinto che, in realtà, si tratti di Prosecco italiano. Non solo un pessimo consumatore, ma decisamente un ignorantissimo “bevitore di vino”. Qualcuno che, personalmente – per l'amore, la passione e il rispetto che io ho per il vino – è bene perdere, poiché non sarebbe nemmeno un degno ambasciatore né del Prošek né del Prosecco. Tanto meno del vino.

Antonello Biancalana



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