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Il Coraggio di Essere Sauvignon BlancIl Coraggio di Essere Sauvignon Blanc  Sommario 
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Il Coraggio di Essere Sauvignon Blanc


 Il Sauvignon Blanc è da sempre una delle mie uve preferite, ovviamente e soprattutto, i vini che si producono con questa straordinaria varietà. Potrei definirlo un colpo di fulmine o amore al primo calice, ricordando ancora il momento nel quale il mio naso fece per la prima volta conoscenza con il Sauvignon Blanc. Era un Sancerre – la celeberrima AOC della Valle della Loira, in Francia – incontro avvenuto circa trenta anni fa. Fu un'esperienza sconvolgente e che ricordo ancora perfettamente, folgorato da quell'incontro, fatto di qualità olfattive per me all'epoca sconosciute, non da meno, l'estrema eleganza e classe del Sauvignon Blanc, un insieme principalmente dominato dalle metossipirazine. Quel Sancerre era così diverso da qualunque altro vino assaggiato fino a quel momento, un'esplosione di profumi intensi di frutti, anche tropicali, ai quali si aggiungeva, almeno per me e a quei tempi, una nuova dimensione di complessità. Oltre alla novità, rimasi colpito per quell'insieme di profumi così intensi e franchi, convinto, con assoluta certezza, che nel mio calice avessi una magia di straordinaria eleganza.


 

 Questa novità era prevalentemente espressa da un insieme di profumi lontanissimi dai consueti riconoscimenti di fiori, frutti e qualità terziarie conferite dal tempo e dal legno. Si trattava di profumi che, in quell'occasione, erano di difficile comprensione e che conducevano a un mondo che mai avrei pensato di trovare in un vino. Per meglio dire, non in quel modo. Avevo già letto e ascoltato le opinioni e i commenti di molti degustatori e divulgatori di quei tempi, i quali mettevano in risalto il carattere erbaceo e selvatico dei vini bianchi prodotti con Sauvignon Blanc, soprattutto quelli del suo territorio primario di riferimento, cioè la Valle della Loira in Francia e, in particolare Sancerre e Pouilly-Fumé, quest'ultimi famosi per il loro profumo di “pietra focaia”, dal carattere quasi “affumicato”, lo stesso che si produce sfregando una pietra di questo tipo. La curiosità era davvero tanta e sentivo che, nel percorso di “novello degustatore” quale ero a quei tempi, l'assaggio di questi vini avrebbe rappresentato un'esperienza formativa fondamentale.

 Al primo tentativo della mia ricerca, riuscii a trovare una bottiglia di Sancerre, mentre per il Poilly-Fumé dovetti attendere ancora qualche mese. Quella agognata bottiglia, come già detto, fu una scoperta strepitosa: finalmente riuscivo ad associare un “odore” reale alle tante parole lette sulle leggendarie qualità olfattive del Sauvignon Blanc. Peperone verde, fiore di sambuco, foglia di pomodoro, pietra focaia e, soprattutto, l'odore più controverso e decisamente più sconcertante di tutti: urina di gatto. Il caratteristico odore che, per essere un po' più eleganti, si riferisce spesso anche come odore di bosso, cioè il cespuglio utilizzato per la realizzazione delle siepi. Insomma, profumi non certo comuni e distanti – per così dire – dal confortante mondo di fiori e frutti che si percepivano nella maggioranza dei vini. Fu un'esperienza altamente formativa che ebbe anche come effetto quello di aumentare la mia curiosità sul Sauvignon Blanc, sia l'uva sia i suoi vini. Era diventata una sorta di ossessione e mi bastava leggere nell'etichetta Sauvignon Blanc per convincermi all'acquisto della bottiglia.

 Tutte quelle bottiglie, comunque, mi fecero subito capire l'enorme differenza fra le produzione francesi della Valle della Loira – nel frattempo ero riuscito anche a trovare il Pouilly-Fumé e altri vini di quell'appéllation – e il resto del mondo. Con un'unica eccezione: il Sauvignon Blanc prodotto a Marlborough, celebre territorio vitivinicolo della Nuova Zelanda. Non che gli altri Sauvignon Blanc di quei tempi fossero cattivi, di sicuro erano molto diversi e, per così dire, con minore personalità, nonostante la maggioranza dei produttori di Sauvignon Blanc del mondo tentassero, più o meno con successo, di replicare lo stile della Valle della Loira. I vini prodotti con quest'uva a quei tempi erano decisamente caratterizzati da una personalità sensoriale, soprattutto olfattiva, dominata da un'espressione selvatica, erbacea e vegetale, tipica del Sauvignon Blanc. Si trattava, senza ombra di dubbio, di vini che non conoscevano una via di mezzo: o si amavano o si detestavano. Io ero fra quelli che l'apprezzavano e lo sono ancora oggi.

 Più passano gli anni e più mi convinco che la prima categoria – quella rappresentata da coloro i quali amano il Sauvignon Blanc quando è puro e selvatico, alla quale appartengo – riscuota progressivamente un minore interesse a favore di interpretazioni caratterizzate dall'esuberante espressione di frutti, certamente più facili da capire e apprezzare. Intendiamoci, si tratta di vini e interpretazioni certamente eccellenti, di enorme piacevolezza, soprattutto quando fatti con rigore e criteri viticolturali ed enologici di qualità. A onore del vero, va detto che il Sauvignon Blanc, per potere esprimere il suo carattere selvaggiamente complesso, necessità di condizioni climatiche e ambientali particolari, oltre all'oculata scelta del periodo della vendemmia. Quando invece si trova in vigneti coltivati nelle zone calde ed esposte al sole, il Sauvignon Blanc perde in modo significativo, spesso, completamente, il suo carattere erbaceo e complesso, lasciando spazio al trionfo di frutti, soprattutto quelli tropicali, fino anche a diventare un banale vino ordinario.

 Non si tratta comunque di una “semplice” questione climatica, ambientale, viticolturale ed enologica, poiché è prevalentemente una questione di mercato. Sicuramente è più facile vendere un Sauvignon Blanc che al naso regala incredibili profumi di frutti e fiori, magari anche un lieve accenno alle qualità tipiche più garbate, come il fiore di sambuco e l'ortica, piuttosto che un Sauvignon Blanc spiccatamente erbaceo e complesso. Del resto, questo è qualcosa che mi capita spesso di vedere nell'apprezzamento delle persone quando si trovano nel calice intensi profumi di uva spina, frutto della passione, ananas, pesca e pompelmo, ai quali si aggiunge lo stupore per il profumo del sambuco e dell'ortica. Mentre mi capita sempre meno spesso vedere lo stupore per un Sauvignon Blanc quando al naso giungono profumi di peperone verde, foglia di pomodoro, asparago oltre al celebre, quanto temuto, odore di bosso – per gli amici, pipì di gatto – nonché la sferzata scintillante e minerale della pietra focaia appena sfregata.

 È raro, di questi tempi, trovare dei Sauvignon Blanc capaci di esprimere, con orgoglio e senza paura, questo carattere complesso, erbaceo e vegetale, ben supportato dall'esplosiva personalità fruttata che è tipica di questa varietà. Non basta solamente il giusto clima e favorevoli condizioni ambientali, serve anche coraggio. Produttori così coraggiosi, in effetti, sono oggi difficili da trovare, sebbene siano ancora in molti a resistere nella Valle della Loira e a Marlborough, in Nuova Zelanda. In entrambi i casi, infatti, si tratta di un carattere distintivo che gli amanti dei vini di questi territori si aspettano di trovare nel calice. In vario modo, e fino a qualche decina di anni fa, erano frequenti anche nei Sauvignon Blanc di altri territori, Italia compresa, poiché si trattava più che altro di una moda di emulazione. Con il tempo è andata diminuendo e oggi si preferisce, come già detto, l'interpretazione enologica che tende a favorire il carattere fruttato, sicuramente più facile da vendere, non da ultimo, anche da fare. E io che continuo ad apprezzare quei Sauvignon Blanc così erbacei, vegetali e minerali, quando mi capita di averlo nel calice, oltre a salutarlo con un sorriso di compiacimento, mi rallegro, non da meno, per il fatto che c'è ancora chi fa vini con quest'uva con il coraggio di essere Sauvignon Blanc.

Antonello Biancalana



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