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Tranquilli. Qualora, leggendo il titolo di questo editoriale, vi foste chiesti se
stavate sfogliando DiWineTaste e non un periodico di notizie sportive, vi
rassicuro subito. Parliamo di vino, evidentemente, e della notizia di questi
giorni relativamente all'ennesimo primato mondiale vinto – anzi, stravinto –
dall'Italia. Si tratta delle prime stime, ora più concrete rispetto a un mese fa,
in merito alla vendemmia 2025 e la quantità di vino prodotto, una stima che – a
questo punto – si può considerare un risultato effettivamente conseguito.
Inoltre, anche la stima sull'ottima qualità della vendemmia 2025 è ampiamente
confermata ovunque in Italia e questa, indubbiamente, è un'ottima notizia. Per
quanto riguarda la quantità, invece, da più parti si sentono commenti
trionfalistici – non da meno, colmi di orgoglio – per il fatto che l'Italia,
con la vendemmia 2025, guadagna il gradino più alto del prestigioso podio del
principale produttore del vino al mondo, definendola addirittura una
vendemmia da record e stimata in 47,4 milioni di ettolitri di vino. Questa è,
infatti, la stima recentemente diffusa da Assoenologi, Unione italiana vini (Uiv)
e Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA), con il
contributo dell'Ufficio competente del Ministero dell'Agricoltura, della
Sovranità Alimentare e delle Foreste (Masaf).
Il mio pensiero, ritengo del tutto lecito e, permettetemi la presunzione,
decisamente serio: di questi tempi, con le attuali condizioni di mercato del vino
non esattamente positive, con i consumi in palese contrazione, a cosa serve avere
conseguito una vendemmia da record? L'uva raccolta, evidentemente, sarà
trasformata in vino, imbottigliato e poi immesso nel mercato. Molto più
banalmente, si tratta di vino che, nella naturale logica imprenditoriale e
produttiva, si auspica possa essere venduto. In un mondo ideale ed esatto,
sarebbe molto bello se tutto potesse andare secondo i nostri piani e desideri,
tuttavia in quello reale e attuale, con le premesse già dette, pare
impresa decisamente complessa e difficilmente realizzabile. Non finisce qui,
purtroppo. È risaputo, infatti, che nelle cantine italiane sono attualmente
giacenti quantità non trascurabili di vino – a vario titolo e condizione – che
si aggiungono a quello della magnifica vendemmia da record.
Secondo quanto riportato nel report numero 8/2025 diffuso dall'Ispettorato
Centrale della Tutela della Qualità e Repressione Frodi dei Prodotti
Agroalimentari (ICQRF), nelle cantine italiane, al 31 luglio 2025, sono giacenti
39,8 milioni di ettolitri di vino, 2,3 milioni di ettolitri di mosti e 58.747
ettolitri di vino nuovo ancora in fermentazione. Il report, inoltre,
segnala che, rispetto al 31 luglio 2024, si registra un aumento di giacenze per i
vini dello 0,5% e 58,4% per i vini ancora in fermentazione, oltre a una
diminuzione dell'8,5% di mosti. Rispetto al 30 giugno 2025, si è registrato una
diminuzione di giacenze di vini pari a -8,8%, -14,5% di mosti e -8,1% di vini
nuovi ancora in fermentazione. La maggioranza è detenuta nelle regioni
settentrionali del Paese, in prevalenza nel Veneto. A titolo di completezza, il
56,3% del totale appartiene a vini DOP, il 25,2% IGP, 1,5% di vini varietali e
il restante 17% da altri tipi di vino. Infine, il 58,6% dei vini IGP è
costituito da appena 20 denominazioni delle 526 totali.
Si tratta – molto banalmente – di vino pronto o in attesa di completare la
vinificazione e destinato alla vendita, al quale, evidentemente, si aggiungerà
anche quello della nostra vendemmia da record di quest'anno. Vale a dire,
47,4 milioni di ettolitri, più o meno. Una quantità – sempre in accordo alle
stime recentemente dichiarate – che segna, in termini quantitativi, +8%
rispetto allo scorso anno e +2% sulla media 2024-2025. Tutti sottolineano che si
tratta di una vendemmia eccellente dal punto di vista qualitativo, altri
gongolano per l'ennesimo e stupefacente primato mondiale conseguito
dall'Italia enologica, con qualche voce – in verità – che si preoccupa invece
su cosa fare di questo nuovo vino che si aggiunge a quello attualmente giacente
nelle cantine. Perché, è bene ricordare, se il margine attuale derivante dalla
vendita del vino italiano è decisamente critico – considerato nel suo
complesso, al quale si aggiungono le ben note vicende legate ai dazi imposti
dagli Stati Uniti d'America – questa nuova condizione, evidentemente, introduce
ulteriori e preoccupanti criticità.
Se confrontiamo il nostro straordinario primato con gli altri storici
concorrenti, in particolare la Francia, il principale rivale
dell'annuale contesa su chi debba salire sul gradino più alto del podio,
quest'anno abbiamo fatto le cose in grande, distaccandoli clamorosamente di ben
10 milioni di ettolitri. Nelle notizie di questi giorni, infatti, le stime per la
vendemmia 2025 in Francia prevedono una produzione di circa 37,4 milioni di
ettolitri, di poco sopra al terzo produttore europeo – la Spagna – che prevede
di produrre 36,9 milioni di ettolitri. Per quanto riguarda la Francia, va detto
che non è il primo anno nel quale si registra un calo della produzione di vino.
Già lo scorso anno, infatti, si è verificato un notevole arretramento nella
produzione di vino. I francesi sono impazziti in questi ultimi anni? A mio
modesto parere, direi proprio di no. Con la condizione di mercato di questi
ultimi anni, pare molto sensato diminuire la produzione di vino, considerando
– non da ultimo – il netto arretramento dei consumi che si registra nel mondo.
Qualcuno potrebbe obiettare dicendo, giustamente, che il calo della produzione
francese è comunque supportato dal fatto che – da sempre – nei mercati del
mondo le bottiglie d'oltralpe hanno un valore ben maggiore di quelle italiane.
Vero e, innegabilmente, da sempre. I francesi diminuiscono la produzione di vino
tuttavia, in ogni caso, il profitto è sostenuto dal maggiore valore di
mercato. Va comunque detto, com'è notoriamente parafrasato dall'Aristodemo di
Vincenzo Monti, Se Atene piange, Sparta non ride. La Francia,
evidentemente, si deve confrontare con il medesimo mercato e le stesse
condizioni, magari riesce – forse – a ricavare un migliore profitto grazie al
riconosciuto valore delle sue bottiglie, ma, inevitabilmente, deve affrontare il
generale calo dei consumi e delle vendite. Esattamente come l'Italia. Ora,
considerando la non trascurabile quantità di vino giacente nelle cantine
italiane, al quale va aggiunto quello della vendemmia 2025, è evidente questo
determina il peggioramento di una condizione che è già notoriamente critica,
soprattutto in termini di margine di profitto, per altro già critico.
Come ricorda il celebre adagio latino, Cui prodest? Siamo i primi
produttori per quantità del mondo, con sommo gaudio per alcuni, un po' meno per
altri, ma ora, in buona sostanza, cosa ne facciamo di tutto questo vino? Come e
dove lo vendiamo? A chi? In uno scenario di consumi in netto calo, condizioni di
mercato critiche – aggiungendo pure quello che sta accadendo negli Stati Uniti
d'America, uno dei primari mercati esteri per l'Italia – com'è possibile vendere
tutto questo vino se non letteralmente svendendolo? Con il risultato, fin
troppo semplice da prevedere, che ben presto si verificherà la rinnovata e
inevitabile difficoltà dei produttori che, magari, chiederanno interventi di
ristoro o compensazione economica per la mancata vendita. Tutto questo, a meno
che non si ponga efficace rimedio, con misure concrete e ragionevoli, fra un
anno, grosso modo, le cantine saranno ulteriormente riempite con l'uva della
vendemmia 2026, quindi, il conseguente vino. Ed è anche piuttosto improbabile
che, nell'arco di un anno, le condizioni di mercato e consumi possano cambiare
in modo significativo, tanto da rivedere i calici colmi come qualche anno fa.
Forse, anche in Italia, è opportuno rivedere seriamente il ruolo e la produzione
del nostro amato vino (certamente e indubbiamente amato!) non solo con le parole,
ma anche e soprattutto con i fatti?
Antonello Biancalana
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