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C'era da aspettarselo, purtroppo. Con le premesse e condizioni, fosche e incerte
oltremodo, che da mesi accompagnano le vicende dei rapporti commerciali con gli
Stati Uniti d'America, non potevano che condurre a un esito simile. Se fino a
qualche mese fa si poteva considerare come uno dei principali alleati
commerciali, non solo per il vino, i nuovi dati e risultati conseguiti con le
esportazioni, fanno retrocedere gli Stati Uniti d'America di molte posizioni. Le
cause primarie che hanno portato a questa situazione – com'è ampiamente noto da
mesi – sono riconducibili all'introduzione dei dazi da parte
dell'amministrazione statunitense, con il conseguente e drastico calo degli
ordini. Una condizione che è stata innegabilmente determinata anche dal cambio
Euro - Dollaro USA e che ha chiaramente contribuito a questo risultato. Insomma,
per i consumatori degli Stati Uniti d'America, il vino è diventato decisamente
costoso e non solo quello. Una condizione che, in ogni caso, costringe i vari
soggetti coinvolti ad adottare misure adeguate, dai produttori ai consumatori.
L'analisi diffusa recentemente dall'Osservatorio del Vino UIV, relativa al
bimestre luglio-agosto 2025, rileva – appunto – un drastico calo a valore
dell'esportazione verso gli Stati Uniti d'America pari al -28%, un risultato
piuttosto rilevante. Tutto questo, purtroppo, nonostante le misure adottate dai
produttori italiani per limitare le difficoltà commerciali derivanti
dall'introduzione dei dazi, come la diminuzione di circa il 17% dei prezzi di
listino. Gli ordini del vino italiano negli Stati Uniti d'America sono
drasticamente diminuiti, con evidente e comprensibile difficoltà a danno dei
produttori italiani. Un calo progressivo che si è verificato nel corso del 2025,
nonostante il buon risultato del primo trimestre, determinato prevalentemente
dall'approvvigionamento delle scorte da parte degli importatori, in vista
dell'applicazione dei dazi. Rispetto ai risultati del medesimo periodo 2024, a
luglio si è registrato un calo del -26%, ulteriormente peggiorato ad agosto con
-30%.
In considerazione di questi risultati, le previsioni dell'Osservatorio del Vino
UIV sono decisamente pessimistiche. A settembre, infatti, si suppone un ulteriore
calo significativo. In accordo a quanto dichiarato da Lamberto Frescobaldi
– presidente dell'Unione Italiana Vini – si tratta comunque di un risultato
previsto, determinato proprio dall'effetto dei dazi e la debolezza del dollaro
USA nei confronti dell'euro. Il presidente, inoltre, aggiunge «La situazione che
vedeva i consumi statunitensi in calo e, allo stesso tempo, un aumento degli
ordini per scorte, non poteva mantenersi a lungo e i dati del bimestre estivo lo
confermano. Le imprese sono ora chiamate a guardare al medio-lungo periodo: da un
lato sarà importante cogliere l'occasione per migliorare ulteriormente efficienza
e managerialità; dall'altro rafforzare la presenza sui mercati esteri, a partire
dagli Stati Uniti nella fase di stabilizzazione. In questo contesto sarà
rilevante l'intervento delle istituzioni in materia di promozione e
internazionalizzazione. Guardiamo quindi con attenzione alla prossima manovra,
che dovrebbe destinare risorse aggiuntive alla promozione del vino attraverso Ice
Agenzia».
Secondo il rapporto di UIV, il saldo dell'esportazione verso i paesi extra-UE
– su base dogane – registra cali superiori del 3% nei primi otto mesi,
corrispondenti a una diminuzione del 4% di volume. Nello specifico, la Cina ha
fatto registrare -27%, Russia -26%, Giappone -5%, Svizzera e Regno Unito -3%
e -2,5% rispettivamente. In controtendenza Canada, il quale fa registrare un
aumento del 10,5%. Dalla valutazione delle esportazioni nei primi otto mesi del
2025, il risultato migliore è stato conseguito dagli spumanti, che hanno ottenuto
un incremento del 3,7% in termini di volume e 1,3% in valore, nonostante la
diminuzione media del prezzo del 2,2%. In controtendenza, invece, i vini fermi e
frizzanti, i quali hanno fatto registrare una diminuzione del -5% in termini di
volume e -4,9% in valore, con prezzi medi tutto sommato stabili e un incremento
nella media dello 0,1%. Una situazione che, ovviamente, mette in difficoltà i
produttori di vino italiano – e non solo loro, evidentemente – soprattutto
quelli principalmente impegnati con l'esportazione.
L'attuale situazione delle vendite del vino italiano, comprendendo quindi anche
l'esportazione, è ulteriormente dettagliata dall'ultimo report Cantina
Italia del 31 ottobre 2025 e diffuso dal Dipartimento dell'Ispettorato centrale
della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari. Com'è
noto, in questo documento sono riportate le quantità di vini e mosti in
fermentazione giacenti nelle cantine italiane e determinati dalle risultanze dei
registri telematici. Prima di considerare i dati riportati, è bene ricordare che
nel periodo specifico al quale fa riferimento il documento – ottobre 2025 – è
del tutto comprensibile e ovvio che le quantità sono fortemente determinate dai
risultati della vendemmia, quindi dal mosto attualmente in fermentazione. Si
tratta, comunque, di vino che sarà oggetto di commercializzazione nel 2026 e, in
ogni caso, rappresenta una quota importante del totale delle giacenze. Non è
ancora vino, ma lo sarà e, come tale, oggetto di vendita che si auspica avere
successo nel mercato, interno o estero che sia, a partire dal prossimo anno.
Il report rileva che, al 31 ottobre 2025, negli stabilimenti enologici
italiani sono attualmente giacenti 44,5 milioni di ettolitri di vino, 14,3
milioni di ettolitri di mosti e 14,3 milioni di ettolitri di vino nuovo
ancora in fermentazione (VNAIF). Rispetto al medesimo periodo del 2024, si
registra un aumento delle giacenze di +5,2% per i vini, +6,9% per i mosti e
+6,2% per i vini nuovi ancora in fermentazione. Un dato che era facilmente
prevedibile, visto il grande successo della vendemmia 2025. Prendendo in
esame la situazione rilevata il 30 settembre 2025, il confronto indica +23,8%
per i vini, +67,4% per i mosti e +211,3% per i vini nuovi ancora in
fermentazione. Per quanto concerne la distribuzione geografica, le regioni del
nord detengono la quantità maggiore di vino – con il 62,1% – la maggioranza
del quale si trova in Veneto. Inoltre, il 55,7% del vino attualmente giacente
appartiene a Denominazioni d'Origine Protetta (DOP), il 25,3% a Indicazioni
Geografiche Protette (IGP), mentre appena l'1,5% è costituito da vini varietali
e il 17,6% ad altri vini.
Di tutti i vini appartenenti alla classificazione Indicazione Geografica
Protetta, la concentrazione è decisamente rilevante, poiché 20 denominazioni su
526 costituiscono il 58,9% del totale delle giacenze. Nel documento, come appena
detto, si rileva la posizione rilevante del Veneto, nel quale è attualmente
giacente il 26,6% del vino nazionale, in particolare nelle provincie di Treviso
– con il 12,8% – e Verona con l'8,2%. Seguono poi Emilia-Romagna (12%),
Toscana (11,5%), Puglia (9,4%), Piemonte (8,8%), Trentino-Alto Adige e Sicilia
(entrambe 5,6%), Lombardia (5%), Friuli-Venezia Giulia (3,9), Abruzzo (3,7) e
il restante 7,9% nelle altre regioni. Per quanto riguarda le tipologie di vini,
nella classificazione Denominazione d'Origine Protetta (DOP) si registra un
equilibrio fra bianchi e rossi – rispettivamente 48,7% e 48,2% – mentre nella
Indicazione Geografica Protetta (IGP) è il rosso a prevalere con il 55,3%. Per
quanto concerne i mosti, 14,3 milioni di ettolitri di mosti italiani sono detenuti
nelle regioni del sud (45,9%) e del nord (38,2%). Tre regioni detengono il
66,3% dei mosti, nello specifico Puglia (36,2%), Emilia-Romagna (19,9%) e
Piemonte (10,2%). Infine, nelle cantine italiane sono giacenti 14,3 milioni di
ettolitri di vini nuovi ancora in fermentazione (VNAIF), dei quali il 58,8% al
Nord, 18,8% al Sud, 12,4% al Centro e il rimanente 10% nelle Isole.
Antonello Biancalana
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