Cultura e Informazione Enologica - Anno XVII
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  Editoriale Numero 12, Ottobre 2003   
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Discorsi sul Vino: Troppe Parole e Poco Vino


 Parlare di vino è diventato oramai una moda importante della nostra società, anche il solo ostentare una minima conoscenza di quella o quell'altra etichetta rappresenta un segno di distinzione, o per meglio dire, sembra essere un segno di distinzione, nell'ambito di un determinato gruppo di individui. Dare l'impressione di essere grandi esperti di qualcosa, apparire superiori ad altri, anche con il semplice, comunque deprecabile, scopo di umiliare i propri interlocutori, sembra essere una delle principali caratteristiche comportamentali delle persone. Il vino, purtroppo, essendo un argomento attuale e di moda, non si sottrae certamente a questa tendenza.

 Da qualche anno si assiste poi anche all'invasione di “super-esperti” enologici sugli schermi televisivi di ogni canale, ma anche sulla carta stampata, che, se è vero da un lato potrebbero contribuire positivamente alla diffusione della cultura del vino, dall'altro, forse, contribuiscono in modo determinante ad aumentare la già troppa confusione sul tema e ad allontanare la gente, dando l'impressione che il vino sia una bevanda riservata ad un circolo di pochi altezzosi ed eletti individui con le bocche sempre piene di parole che non dicono niente e con poco vino nei bicchieri. Probabilmente è spontaneo chiedersi se per essere esperti di vino sia sufficiente fare un largo uso di parole “ad effetto”, oramai di uso comune e di prassi, come per esempio l'abusato termine “fruttato”, così come altri termini decisamente generici e scontati, che non dicono assolutamente niente di un vino e di certo non lo descrivono se non viene qualificato in modo opportuno. Vogliamo ben sperare che un vino sia “fruttato”, del resto, è una bevanda prodotta dalla fermentazione del succo di un frutto, l'uva, e pertanto sarebbe preoccupante, molto preoccupante, se un vino non avesse aromi riconducibili alla frutta.


 

 Che dire poi di quei commenti carichi di pompose e sontuose parole, pieni di retorica e termini aulici, che dopo averli letti o ascoltati, si finisce inevitabilmente per chiedersi se si stesse parlando di vino o chissà di cos'altro. Spesso sono così volutamente infarciti di termini, anche fuori luogo e, peggio, che non dicono niente, che rasentano il ridicolo, spesso vanno anche ben oltre, che sorridere è proprio il minimo che si possa fare. Leggere o ascoltare queste descrizioni sul vino si può arrivare a pensare o credere che i vini sono, in definitiva, tutti uguali vista l'alta ricorrenza di certi termini e di certe espressioni. Eppure non è così. Chiunque abbia una discreta cultura del vino e ha assaggiato, con attenzione, ciò che aveva nel proprio bicchiere, sa che non è così. Esistono delle differenze fra i vini che li rendono unici, come per esempio la zona, o il cru, vini prodotti con le stesse uve ma in zone diverse, anche distanti di pochi chilometri l'una dall'altra, danno vini diversi, differenze che sono purtroppo cancellate da certe descrizioni e definizioni sommarie e inutili che hanno il solo scopo di confondere e omologare un'intera categoria di prodotti.

 Questa tendenza si riscontra anche, purtroppo, fra i consumatori che tentano di emulare il “super-esperto”, con la speranza di apparire tale, ripetendo e riempendosi la bocca delle medesime parole. Basta andare in un qualunque ristorante che abbia un minimo di cura per il vino, e vedere cosa succede quando un cliente ordina il proprio vino. All'inizio, soprattutto se è in compagnia, cerca di orientarsi sulla sua scelta facendo uso di termini “esperti” e, talvolta, con una certa arroganza, cercando pure di mettere in difficoltà la persona addetta al servizio del vino. Poi, quando si rende conto che la persona che ha difronte possiede una competenza sul vino sufficiente e, probabilmente, migliore della sua, cambia atteggiamento e inizia la fase di smarrimento che finisce inevitabilmente per farsi consigliare dalla persona addetta al servizio del vino.

 Lo stesso va detto per i luoghi comuni che ancora circondano il mondo del vino, fra questi, l'abitudine e l'insistenza di volere un vino, sia giovane, sia maturo, decantato in una caraffa, proprio come detta una presunta e fantomatica “regola” da veri intenditori. Pare che più un vino è importante, e per importante ognuno intenda ciò che meglio crede, dal vino preferito a quello costoso, e più necessiti di essere decantato. Forse è la “cerimonia” della decantazione ad affascinare, purtroppo spesso eseguita sommariamente, tuttavia sarebbe bene ricordare che l'operazione di decantazione, il termine stesso ce lo ricorda, ha come scopo quello di separare il vino dai suoi sedimenti in modo da ottenere un liquido limpido e bevibile. Molti sostengono, e di certo non a torto, che la decantazione ha come scopo quello di ossigenare un vino che per lungo tempo è rimasto in una bottiglia ad affinare e questa operazione sia capace di “risvegliarlo” dal suo torpore. Andrebbe considerato che per certi vini, soprattutto quelli lungamente affinati, una repentina ossigenazione, come quella della decantazione, potrebbe rovinarli irreparabilmente e, comunque, disperde in un attimo la lunga e laboriosa opera del tempo. Se proprio si deve ossigenare un vino, si ricordi che la quantità e la qualità dei bicchieri oggi disponibili è così ampia che consentono, con le loro forme e volumi, di ossigenare ottimamente ogni tipo di vino.

 Lo stesso accade anche con i vini prodotti con le solite uve “famose”, sulla bocca di tutti, le uniche, a quanto pare, capaci di fare buon vino, così come i presunti miracoli che solo la fermentazione o la maturazione in botte sarebbe capace di compiere sul vino. Ancora oggi è piuttosto frequente la convinzione che la qualità di un vino debba passare inevitabilmente per una barrique e che si debba fare con certe uve. Se un vino ha aromi pronunciati di legno allora è certamente di qualità. Se un vino è maturato in botte allora è importante, se è fatto con certe uve, allora è certamente un grande vino. Questi pregiudizi, luoghi comuni, pare che resistano ancora in modo deciso ed è triste che pochi, quando assaggiano un vino, si ricordino anche del luogo di provenienza e della zona specifica in cui è stato prodotto quel vino, ricordiamolo, fra i veri e reali fattori di qualità. L'unica cosa positiva è che qualcuno, seppure timidamente, comincia ad interrogarsi e a guardare oltre i soliti “vini” e a scoprire, o per meglio dire, riscoprire, quei vini prodotti con le uve autoctone di certi luoghi che solo in quei luoghi sono capaci di dare il meglio di sé.

 Certo, non si può discutere sulle preferenze e i gusti personali di ognuno, del resto, non è buono ciò che si dice essere buono, ma soprattutto e principalmente è buono ciò che piace. Del resto, il concetto di bontà, così come di bellezza, è così astratto e indefinibile che ognuno ha modi e definizioni proprie non sempre condivisibili da altri. Però sarebbe bene che ognuno formasse il proprio concetto di “buono” e, soprattutto, che sia il risultato di gusti e preferenze personali e non di altri. La prossima volta che sentite dire che un vino è “fruttato”, senza altre specificazioni sulla sua qualità, oltre a risentirvi del fatto che un termine come questo non aiuta affatto e non dice niente, prendete il vostro calice e provate voi stessi ad assaggiarlo, sempre con moderazione, e lasciate che siano i vostri sensi a raccontarvi quel vino. Del resto il vino è una bevanda che ha bisogno dei sensi per essere compresa; le parole, per quanto belle esse siano, non gli renderanno mai giustizia, possono solo dare una vaga idea.

 



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La Posta dei Lettori


 In questa rubrica vengono pubblicate le lettere dei lettori. Se avete commenti o domande da fare, esprimere le vostre opinioni, inviate le vostre lettere alla redazione oppure utilizzare l'apposito modulo disponibile nel nostro sito.

 

Nelle pagine della vostra rivista mi è capitato spesso di leggere la vostra opinione in favore delle uve locali rispetto a quelle internazionali. Che cosa c'è di male nel preferire i vini prodotti con le uve internazionali e perché quelli prodotti con uve locali dovrebbero essere migliori?
Christofer Leighton -- Berkshire (Inghilterra)
Caro lettore, non crediamo che i vini prodotti con uve locali, o autoctone, siano migliori di quelli prodotti con uve internazionali e non ci risulta nemmeno di avere mai sostenuto questa tesi. Le cosiddette uve internazionali sono capaci di produrre grandi vini e questo è certamente indiscutibile. Ciò che invece sosteniamo è che spesso si crede che un vino per essere buono debba essere prodotto con queste uve senza considerare che la qualità e la bontà di un vino sono il risultato di molti fattori, di cui l'uva, soprattutto la sua qualità, è certamente fra i più importanti, ma ci si dimentica spesso il fondamentale apporto della zona in cui l'uva è stata coltivata. Non c'è assolutamente niente di male nel preferire vini prodotti con uve internazionali (basta dare uno sguardo nella nostra Guida dei Vini e verificare che alcuni vini da cinque diamanti sono prodotti con uve internazionali, pertanto sono apprezzati anche da noi), tuttavia riteniamo opportuno, proprio per una questione di ricchezza culturale, conoscere, e riconoscere, anche il vasto patrimonio di uve autoctone che ogni luogo del mondo può offrire e che solo in quei luoghi sono capaci di dare il meglio di sé. Questo è vero, ovviamente, a patto che esistano anche altre condizioni indispensabili per produrre del buon vino. Se per esempio prendiamo in considerazione l'uva Cabernet Sauvignon, e le stesse considerazioni sono valide per qualunque altra uva, internazionale e non, da sola non è garanzia di qualità. Nel caso in cui venga coltivata con un alto sfruttamento della pianta, quindi rese elevate, in una zona poco adatta alla viticoltura e con condizioni microclimatiche poco favorevoli, il risultato sarà un vino mediocre. Tuttavia la stessa uva, coltivata nel modo opportuno, sarà capace di produrre vini di ben altra qualità e la zona di origine costituirà un fattore unico e fondamentale, non riproducibile altrove.



Con l'avvicinarsi dell'autunno ritornano anche i vini novelli che in genere sono già disponibili dopo poche settimane dalla vendemmia. Come si producono i vini novelli?
Luca Cappelli -- Ascoli Piceno (Italia)
I vini novelli, di cui il Beaujolais Nouveau, o Beaujolais Primeur, è il più celebre rappresentante, vengono prodotti con una tecnica specifica detta macerazione carbonica. Questo metodo, basato sulle ricerche e gli esperimenti che il Francese Michel Flanzy condusse nel 1936, consiste nella fermentazione intracellulare dell'uva in recipienti saturi di anidride carbonica. I grappoli d'uva vengono posti in recipienti, facendo particolare attenzione a non rompere gli acini e lasciandoli integri. I recipienti vengono quindi sigillati e riempiti di anidride carbonica dando luogo ad una fermentazione dello zucchero all'interno degli acini d'uva e pertanto si producono piccole quantità di alcol etilico. Questa fermentazione consente inoltre l'estrazione delle sostanze aromatiche della buccia e una bassa quantità di tannini. La durata del processo dipende dalla temperatura e può variare da una a tre settimane e al termine di questo periodo le uve vengono tolte dai contenitori e vinificate. I vini prodotti in questo modo sono in genere molto aromatici, con colori molto intensi e con quantità di tannini molto basse, pertanto poco astringenti; caratteristiche che consentono un servizio a basse temperature come per i vini bianchi. Le uve tipicamente utilizzate per la produzione dei vini con la macerazione carbonica sono rosse, mentre le uve a bacca bianca non sono normalmente utilizzate in quanto producono alcuni aromi non molto gradevoli. In Francia, per legge, i vini nouveaux sono commercializzati il terzo giovedì di novembre, mentre in Italia la vendita è permessa a partire dal 6 novembre.






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