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  Editoriale Numero 205, Aprile 2021   
C'Era una Volta il VinoC'Era una Volta il Vino  Sommario 
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C'Era una Volta il Vino


 L'Umbria è la regione dove sono nato. Per essere precisi, nelle vicinanze delle mura medievali di Perugia, il capoluogo della regione. Normale, anzi, inevitabile, che i primi vini dei quali ho memoria fossero umbri. Certo, non erano vini come li possiamo immaginare oggi. A quei tempi il vino che arrivava a tavola per accompagnare i pasti era, con molta probabilità, prodotto da qualche parente – vicino o lontano che sia – oppure da qualche amico di famiglia fidato. In ogni caso, si trattava di vino sfuso e che si andava a prendere direttamente alla fonte e riempiendo corpulente damigiane. Seguiva poi il rito, tutto familiare, che prevedeva il travaso della damigiana in bottiglie, rigorosamente recuperate e riutilizzate dopo opportuno e scrupoloso lavaggio. Chi non aveva amici o parenti dediti alla viticoltura, o quanto meno all'enologia casalinga, riempiva le proprie damigiane o dal contadino “fidato” oppure andando direttamente alla cantina sociale più vicina.


 

 I vini in bottiglia, cioè come li intendiamo oggi, arrivavano a tavola solamente nelle occasioni speciali, in occasione delle ricorrenze o festività principali dell'anno. Nella maggioranza dei casi, si trattava di spumante, cioè quel tipo di vino che era praticamente impossibile reperire dall'amico o parente di fiducia o dalla cantina sociale. A ripensare oggi a quei vini, fanno un po' tenerezza per la qualità non certo impeccabile, soprattutto se confrontati con quelli ai quali siamo abituati oggi. Con questo non intendo dire che a quei tempi non si producessero vini di qualità: in realtà se ne producevano eccome, tuttavia non erano ancora parte della cultura di massa del vino e di certo la “gente comune” raramente li acquistava. Non solo per un fatto puramente economico, ma – appunto – per un fatto culturale e tradizionale, attribuendo al vino, per così dire, una dimensione “familiare” o, al limite, di identità territoriale, intenso come qualcosa non molto distante dal luogo nel quale si era nati o si viveva. Il vino era una questione di “casa”, di “famiglia”, quindi fortemente identitario.

 Per non parlare poi delle “competizioni” fra piccoli produttori – nonni, zii, amici, contadini fidati – con lo scopo di affermare la qualità indiscussa del frutto della propria vigna e cantina, spesso denigrando il vino degli altri. Non erano infatti discussioni del tutto pacifiche e non si risolvevano nemmeno con “una bevuta fra amici”, poiché il più delle volte si rifiutava il vino altrui sostenendo la presenza di inenarrabili e gravissimi difetti. A ripensare oggi a quei vini, in effetti, i difetti erano la caratteristica dominante di tutti quanti, alcuni più, alcuni meno, ma non brillavano certamente per “qualità”. Ovviamente a quei tempi non si conosceva molto altro, quindi era difficile, anzi, improponibile, fare confronti. Non solo, ma quando accadeva di bere vini in bottiglia – prodotti quindi da aziende vitivinicole vere, comprese le cantine sociali – era difficile che si ammettesse l'evidente qualità. Anzi, quella inusitata qualità – presunta o reale – era vista con sdegnato sospetto, sicuramente frutto di chissà quale abominevole adulterazione attraverso chissà quali, e mai precisati, ausili o additivi chimici.

 Nella maggioranza dei casi, quando mi capitava di assaggiare il vino di un “produttore casalingo”, all'offerta del bicchiere seguiva sempre la rassicurazione trionfante sul fatto che per fare quel vino “non era stato aggiunto nulla”. Più che una dichiarazione di genuinità, sembrava piuttosto un ammonimento verso tutti gli altri vini, senza distinzione alcuna, che certamente erano fatti “aggiungendo qualcosa”. Cosa fosse in realtà, poi, nessuno lo sapeva, tranne, in certi casi, ad allusioni all'eccessivo uso di metabisolfito di potassio. Era fatto con “qualcosa” e tanto bastava a gettare ombre e sospetti verso chiunque. Inutile fare domande: era una sentenza già scritta a priori e pertanto insindacabile. Intendiamoci, questi sospetti a volte erano lecitamente fondati e le cronache di quei tempi – purtroppo – ci hanno raccontato di pratiche enologiche non proprio “salutari”, una su tutte, il tristemente noto “scandalo del vino al metanolo”, orrenda vicenda per la quale molti – troppi – hanno subito conseguenze spaventose e tragiche. Difficili da dimenticare, per chi le ha vissute, le cronache di quei tempi.

 Eppure un vino diverso esisteva. E ne sentivo parlare pure con enfasi trionfale, almeno per me che – a quei tempi – leggevo avidamente i libri e gli articoli del supremo Luigi Veronelli, pur non avendo opportunità di verificare personalmente le sue incantevoli lodi e dissertazioni in tema enoico. Lui, incrollabile sostenitore di vini schietti e genuini – riconoscendo e onorando la fatica di chi coltivava personalmente la vigna – accusava senza mezzi termini certe produzioni “disinvolte” di origine prettamente industriale. Io leggevo, immaginavo, sognavo, ma continuavo a confrontarmi con il solo vino che arrivava a tavola: quello dei nonni, zii, parenti e amici fidati. Luigi Veronelli, poi, maestro di scrittura e di raffinatissimo uso della lingua in ambito enologico, autore di leggendari neologismi, ancora oggi vivi e dedicati al vino, era anche fine maestro di intelligente provocazione. «Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale», disse notoriamente a quei tempi, anche a sottolineare certi vini di produzione discutibile.

 Sono tempi oramai lontani – non c'è dubbio – e oggi il mondo del vino è così lontano da quelle abitudini, praticamente stravolto da una rinascita e rivoluzione capaci di cambiare tutto. Se a quei tempi parlare di qualità vera e reale significava fare esplicito riferimento a una piccolissima percentuale di produttori del Paese, oggi è vero l'esatto contrario. Il livello qualitativo è notevolmente aumentato per tutti, c'è maggiore consapevolezza sia delle pratiche e tecnologie enologiche, sia della volontà di perseguire un livello di qualità elevatissima. Nonostante ci siano ancora oggi esempi di enologia e “bottiglie” di discutibile pulizia e qualità, la maggioranza delle attività vitivinicole italiane appartiene decisamente alle più alte vette dell'olimpo enologico di qualità. Negli ultimi decenni, infatti, si è ridotta notevolmente l'evidente distanza esistente fra le pochissime realtà produttive di reale qualità del passato e tutte le altre che, o sono migliorate oppure si sono aggiunte all'eccellenza enologica del nostro Paese.

 Un traguardo – non c'è dubbio – del quale essere fieramente orgogliosi in quanto italiani e che ci pone, indiscutibilmente, fra le pochissime grandezze enologiche del mondo. Il vino italiano ha fatto molta strada e, se è vero che “c'era una volta il vino”, è ancor più vero che “il vino c'è ancora oggi”. E, in termini generali, è meravigliosamente, indiscutibilmente, magnificamente, orgogliosamente migliore di quello di tempi passati e che, comunque sia, ci ha permesso di arrivare fino a qui, nel bene e nel male. Perché – non c'è dubbio – quando questo periodo incerto e nefasto sarà terminato, avremo bisogno di qualità per continuare ad affermare il nostro vino nel mondo. E qui, in Italia, la qualità c'è. Anzi, c'è sempre stata.

Antonello Biancalana



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