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  Editoriale Numero 202, Gennaio 2021   
Il Prezzo Pagato dal VinoIl Prezzo Pagato dal Vino  Sommario 
Numero 201, Dicembre 2020 Segui DiWineTaste su Segui DiWineTaste su TwitterNumero 203, Febbraio 2021

Il Prezzo Pagato dal Vino


 Lo sapevamo. Da mesi eravamo a conoscenza di quello che sarebbe accaduto al mercato del vino. Una previsione, nemmeno tanto difficile da fare, e che ovviamente si è verificata. Sapevamo da mesi che a causa della pandemia e il protrarsi del conseguente impatto che ha avuto nell'economia, qualunque settore produttivo ne avrebbe risentito in modo significativo e, per certi casi, perfino devastante. Sapevamo anche le conseguenze economiche e delle misure restrittive che hanno riguardato le attività commerciali legate al mondo del vino avrebbero avuto un impatto pesantissimo per il mercato e per tutti i produttori. Chi ha potuto ed era nella condizione economica per farlo, ovviamente ha cercato di resistere ricorrendo alle risorse disponibili e che, evidentemente, non erano e non sono illimitate. Chi non ha potuto, o ha terminato le risorse a disposizione, ha cercato di rimediare per quanto possibile, tentando comprensibilmente di non soccombere.


 

 Nei mesi passati, e non è una novità, il mercato del vino a livello globale ha subito un crollo significativo e certamente non prevedibile, sia a causa della pandemia da Covid-19, sia per certe misure economiche e protezionistiche messe in atto da certi paesi. Molti, a mio avviso in modo perfino avventato, hanno salutato il prevedibile aumento delle cosiddette vendite on-line come l'ancora di salvataggio per il mercato del vino. C'è perfino chi ha ipotizzato che questo sarà il modo preferenziale per il futuro del mercato del vino e che lo salverà dalla crisi di questi tempi. Non c'è dubbio che la vendita attraverso piattaforme di e-commerce abbia in parte limitato i danni prodotti dalla perdita delle vendite effettuate nei canali convenzionali. Limitato, appunto, e probabilmente in modo trascurabile per molti. Le vendite del vino on-line sono palesemente aumentate, soprattutto per il fatto che, in molti casi, è stato ed è l'unico modo per acquistare vino.

 Sono in molti a mettere in risalto gli straordinari incrementi del commercio elettronico del vino che, in certi casi, è stato superiore anche del 400%. Un valore che certamente pare eclatante, tuttavia non ha significato concreto senza il confronto con il volume generato, in particolare con il volume d'affari precedente alla situazione attuale. Se una cantina, infatti, prima della pandemia, registrava, per esempio, un volume d'affari nelle vendite da commercio elettronico di poche centinaia di euro al mese, un incremento del 400% non incide in modo significativo nella contabilità di un'azienda di medie dimensioni. Questo perché, soprattutto, la vendita attraverso il commercio elettronico riguarda prevalentemente il canale del dettaglio, fatto di acquisti di alcune bottiglie, di certo non dei volumi che sono tipici della grande distribuzione. Se a questo aggiungiamo la palese diminuzione della capacità di spesa delle persone, la situazione si fa ancor più seria.

 I ristoranti e le attività che da sempre costituiscono il principale canale di vendita del vino, anch'esse in seria e gravissima difficoltà, costrette a non potere svolgere il proprio lavoro, ha drasticamente inciso sul crollo delle vendite. La conseguenza è che le cantine si trovano nella condizione di avere una quantità di bottiglie invendute e di botti ancora piene e che, in qualche modo, vanno smaltite. Non solo per il fatto di cercare il lecito profitto, ma anche per liberare spazio per fare posto al vino della vendemmia 2020 e alle bottiglie che saranno prodotte. Sappiamo che sono state attuate alcune misure di recupero, autorizzando, per esempio, la distillazione straordinaria di quantità ingenti di vino. A tale proposito, va considerato che alla distilleria interessa unicamente la frazione alcolica del vino, di certo non la denominazione o l'etichetta, nemmeno il prestigio o il lavoro svolto per ottenere quel vino. L'alcol –cioè il prodotto che interessa le distillerie – è sempre lo stesso, dai vini da tavola a quelli a Denominazione d'Origine Controllata e Garantita: il prezzo è lo stesso per tutti.

 Il vino nei ristoranti ha subito un enorme calo delle vendite, nei supermercati – notoriamente – si vendono di preferenza quei vini che appartengono a una certa fascia di prezzo, per così dire “popolare”, nelle enoteche anche le etichette “prestigiose”, nel commercio elettronico si vende un po' di tutto. Rimane comunque il fatto che le cantine e i consorzi hanno il problema di come vendere quello che non è stato possibile vendere. Anche a costo di svendere i loro prodotti, poiché sarebbe sempre più del prezzo pagato dalle distillerie. Non a caso ho detto “prodotti” – alludendo evidentemente al vino – escludendo ovviamente il “marchio” che, per molti produttori, rappresenta il motivo principale dei loro profitti. Da sempre molti produttori di vino – grandi e piccoli, consorzi compresi – effettuano la vendita dei loro vini con marchi ideati appositamente, evitando così il coinvolgimento del marchio primario, con lo scopo di vendere vini a un prezzo decisamente inferiore e ottenendo così un profitto immediato.

 Questo metodo di vendita riguarda tutte le categorie di vino, da quelli da tavola ai DOCG, cioè a Denominazione d'Origine Controllata e Garantita. Credo sia capitato a tutti di vedere nello scaffale di un supermercato un vino DOC o DOCG a prezzi sorprendentemente bassi e inconsueti. Non è il caso di sottolineare la qualità di quello che è all'interno della bottiglia: siamo tutti d'accordo sul fatto che la qualità reale e concreta ha un costo decisamente elevato. Quando un vino ha ottenuto il riconoscimento della denominazione, cioè soddisfa i criteri produttivi previsti dal suo disciplinare, ha pieno titolo di fregiarsi del relativo nome. Il disciplinare di produzione, va detto, stabilisce unicamente i criteri produttivi e geografici, non fa alcun riferimento al prezzo di vendita, nemmeno a quello minimo. Questo significa che il produttore ha la facoltà di stabilire il prezzo del suo vino, anche a prezzi decisamente più bassi della concorrenza e del prezzo medio al quale la denominazione è solitamente venduta. Si potrebbe dire che questo lede al prestigio della denominazione e disturba evidentemente il suo mercato di riferimento, tuttavia – parafrasando una celebre battuta – «è il libero mercato, bellezza».

 Per quello che mi riguarda, io comprendo queste scelte di svendita da parte di produttori e consorzi. Non mi sento nella posizione di criticare, comprendendo le difficoltà del momento, sia economiche, sia logistiche e, soprattutto, imprenditoriali. Non mi provoca alcun disagio, personalmente, vedere nello scaffale di supermercati vini di territori “blasonati e celebrati” a prezzi evidentemente improbabili e altamente discutibili. Nessuno mi costringe a comperarli e, in effetti, non li acquisto. So bene, esattamente come chiunque altro, che per mettere in bottiglia un vino ci sono costi fissi che incidono in modo determinante. Facendo rapidamente un calcolo, è evidente che il prezzo proposto per quelle bottiglie può coprire a malapena il costo di imbottigliamento, figuriamoci quello del vino. Pertanto, chiunque è assolutamente consapevole che in quella bottiglia non troverà un “nettare eccelso”, nonostante il nome e la denominazione scritta in etichetta. Se compero quel tipo di vini, non mi aspetto di certo di stupirmi dell'alta qualità, piuttosto, di quella bassa se non scarsa, e questo è qualcosa che tutti sanno ancor prima di mettere quella bottiglia nel carrello.

 inoltre, sappiamo benissimo che quest'anno è stato molto difficile per tutti, per ogni settore d'impresa, con perdite nei profitti molto elevate. Le cantine – che evidentemente sono, prima di tutto, imprese – hanno notoriamente subito le enormi conseguenze economiche imposte sia dalla pandemia, sia dalle condizioni di mercato del 2020. Con il risultato di ritrovarsi quantità ingenti di bottiglie invendute. E ogni bottiglia non venduta, occupa spazio e che non sarà libero per le bottiglie della nuova annata. Quindi, per quello che mi riguarda, comprendo perfettamente la necessità imprenditoriale di accettare la “perdita” causata dalla svendita e che, certamente, sarebbe ancor più ingente qualora pregiudicasse anche le produzioni future. Quindi si svende, si chiude il “capitolo 2020” con la consapevolezza della perdita e si riparte per il futuro. Se poi negli scaffali troviamo vini “blasonati” a prezzi ingiustificati, improbabili e largamente popolari, la scelta finale spetta al consumatore. Scegliere, quindi, se accettare di acquistare una bottiglia con qualità consapevolmente discutibile e prevedibile, pagata a bassissimo prezzo, oppure lasciarla nello scaffale. Con buona pace per chi urla allo scandalo di presunta lesa maestà.

Antonello Biancalana



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