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La caldissima estate 2026, considerando l'abituale scorrere delle stagioni, è
oramai conclusa. Calda, afosa, insopportabile come non mai, pare sia stata quella
che ha visto i nostri incolpevoli termometri raggiungere vette impensabili e
segnare valori inquietanti. Gli studiosi e i meteorologi, da più parti, informano
quella che abbiamo appena lasciato alle spalle è stata, in realtà, l'estate più
calda degli ultimi decenni, abbattendo i primati – per così dire – che
resistevano da oltre 70 anni. Evidentemente, ce ne siamo accorti tutti. Anche i
preoccupati vignaioli e, non da meno, le povere vigne, duramente provate dalla
mancanza di acqua, oltre a temperature inenarrabili. Una condizione che, ben si
ricorderà, aveva imposto una comprensibile cautela nel formulare previsioni su
questa vendemmia, con l'unica certezza del notevole anticipo. Ovviamente,
confermato ovunque. Gli esperti di materie meteorologiche, inoltre, hanno già
fatto sapere che rimpiangeremo l'estate 2026, poiché – a quanto pare – le
estati future saranno ancora più calde. Francamente, faccio fatica a immaginare
un'estate più bollente di quella appena conclusa.
La notizia della vendemmia 2026 – che poi, notizia non è, poiché ampiamente
anticipata e del tutto prevedibile – mai come quest'anno i grappoli sono stati
raccolti con notevole anticipo. Va detto, in ogni caso, che essere costretti ad
anticipare la vendemmia, soprattutto in condizioni di caldo estremo e, di
conseguenza, sofferenza idrica, non è esattamente semplice. Lo scopo primario è
quello di preservare la preziosa acidità – essenziale per molti vini – compresi
gli essenziali contributi aromatici. In altre parole, si tratta di portare in
cantina uve con il migliore equilibrio possibile di tutti i singoli elementi,
prima che il procedere della maturazione li comprometta irreparabilmente. L'unica
consolazione è che le uve, molto probabilmente, sono integre ed esenti da
difetti prodotti dalle patologie causate dall'umidità o basse temperature. Sembra
facile, in realtà si tratta di una scelta strategica e critica per ottenere il
migliore risultato dal lavoro di un intero anno.
In effetti, un anticipo così clamoroso non si era mai visto. Addirittura, in
molte zone d'Italia – in particolare per i vini spumanti – la vendemmia si è
addirittura conclusa prima della fine di luglio. Operazione comunque non
semplice, poiché le alte temperature hanno costretto i vignaioli a raccogliere le
uve nelle ore più fresche della giornata, cioè il primo mattino, oltre a
provvedere al raffreddamento dei grappoli prima di procedere con la spremitura.
Sono in molti, da ogni parte d'Italia, a segnalare un anticipo di due settimane
rispetto al 2025. Non da meno, le nuove condizioni climatiche del nostro
Paese, stanno portando a riflessioni non semplici da parte dei nostri produttori
circa le tecniche viticolturali e di allevamento, oltre alle varietà presenti nei
vigneti. Quello che si evince dalle considerazioni dei produttori di questi
giorni, fa pensare piuttosto a un cambio epocale – o rinnovamento, se si
preferisce – che parte dalla vigna fino alla vendita, quest'ultima severamente
afflitta dai problemi di mercato che, purtroppo, si verificano da mesi a livello
globale.
Magari si può pensare che il forte anticipo della vendemmia sia un fenomeno che
ha riguardato prevalentemente le zone europee meridionali – come l'Italia – in
realtà, la necessità di procedere con largo anticipo alla raccolta delle uve ha
riguardato anche la Francia. Non solo le zone più meridionali del paese, ma
addirittura anche quelle più fresche come la Borgogna e, ovviamente, la
Champagne. In molti dei vigneti di queste zone, si è registrato il termine della
vendemmia anche prima della metà di agosto. Esattamente come in Italia, anche in
Francia da tempo si riflette – e non poco – sulla gestione dei vigneti per le
annate future, poiché si tratta di cambiamenti epocali. Sono lontani, infatti, i
tempi durante i quali la vendemmia era prevalentemente un'attività svolta in
autunno, anche inoltrato, come nel mese di ottobre. In quei tempi, il
semplice anticipo della vendemmia a settembre era considerato un'anomalia
decisamente stranissima. Oggi, ahimè, sarebbero in molti ad augurarsi di
vendemmiare in quel mese. Il tempo, inevitabilmente, passa e cambia le cose, a
quanto pare, anche il clima e le stagioni.
Come sono, quindi, le uve della vendemmia 2026? Considerando quanto dichiarato
dai viticoltori che hanno concluso le operazioni di raccolta, le uve sono
generalmente sane, con maturazione molto accelerata a causa delle alte
temperature, quindi con contenuto di zuccheri elevati rispetto alla media e,
probabilmente, un minore potenziale aromatico, con livelli di acidità non
esattamente ottimali. Questo significa, in parole semplici, che sarà necessario
apportare le opportune correzioni durante le fasi di vinificazione, così da
ottenere vini equilibrati. A tale proposito, va premesso – anzi, sottolineato –
che si tratta di correzioni del tutto lecite e legali, consentite e
permesse dalle leggi vigenti. Prima che si possa gridare allo scandalo, è
inoltre bene ricordare che si tratta di pratiche enologiche assolutamente legali
che – nel bene o nel male – si svolgono comunemente in cantina ogni anno. La
qualità è generalmente considerata alta e molto buona, nonostante le rese siano
sensibilmente ridotte rispetto alla media.
Considerando le attuali giacenze delle cantine italiane, notoriamente piuttosto
eccessive, la notizia che la vendemmia 2026 risulterà più povera in
termini di resa, è – a mio avviso – il male minore. La prossima primavera,
infatti, le giacenze aumenteranno inevitabilmente e, probabilmente, saremo ancora
qui a sottolineare il fatto che nelle cantine è presente una quantità eccessiva
di vini, sempre nella speranza che sia venduto o comunque collocato. È
vero, finalmente, che si stanno registrando dei timidi segnali di ripresa dal
mercato – ma non per tutti – tuttavia troppo esigui per portare a risultati
significativi. Evidentemente, meglio un timido segnale di ripresa che uno
negativo, viste le notizie che da tanto, troppo tempo, sovrastano le sorti del
vino. A parte la solita, e decisamente insopportabile, medicina da
somministrare alla comunicazione del vino, i produttori e i consorzi si stanno
interrogando, invece, sulla necessità di operare dei cambiamenti significativi e
drastici. Probabilmente, a differenza di altri, hanno compreso che con le
chiacchiere anche quando sono infiocchettate a festa, oppure cambiare
canzone, non si va molto lontano.
Diciamo la verità, senza tanti giri di parole: le abitudini e richieste dei
consumatori in merito al vino sono cambiate ed è il risultato – a mio avviso –
delle feroci campagne denigratorie operate negli ultimi anni a danno del
vino, non da meno, l'arrivo di nuove mode. Certo, ognuno segue la moda che vuole
ed è libero di bere o mangiare quello che ritiene più affine a se stesso, ci
mancherebbe. Per esempio, la richiesta dominante di questi tempi per vini con
gradazione alcolica più bassa, o pressoché azzerata, fortemente condizionata
dalla moda dei cosiddetti vini dealcolati, si scontra violentemente
con quanto sta accadendo in termini climatici. L'aumento delle temperature – che
pare possano aumentare negli anni a venire – non solo costringe a vendemmie
anticipate, ma aumenta, e non poco, la quantità di zucchero nelle uve. Questo,
notoriamente, si traduce, in termini enologici, a un maggiore grado alcolico nei
vini. Certo, in cantina si possono fare miracoli, fino a un certo punto,
come, per esempio, usare lieviti che producono meno alcol oppure arrendersi alla
dealcolazione.
Intanto i consorzi e i produttori, oltre a denunciare criticità economiche serie,
a partire dai costi di produzione, compresa la legittima dignità di un reddito
adeguato per chi lavora in vigna e in cantina, cominciano a interrogarsi anche
sulla necessità di cambiare per meglio affrontare gli inevitabili cambiamenti
futuri. Si parla, non da meno, della necessità di revisionare i disciplinari
di produzione, compresa la possibilità di prevedere l'impiego di varietà PIWI e
l'adattamento o revisione periodica in funzione delle condizioni climatiche e
produttive. A tale proposito, è significativo quanto accaduto nella Champagne
che, in seguito alle condizioni della feroce estate 2026, per la prima
volta nella storia di questa denominazione, sarà permesso il superamento della
soglia dei 13 gradi alcolici, fino al limite europeo del 15%. Tempi eccezionali,
purtroppo, impongono misure appropriate, anche inimmaginabili,
probabilmente una strada che si dovrà seguire in futuro. Considerando
nell'insieme le vicende che riguardano il vino, dalla vigna al calice, sembra
essere una necessità inevitabile e, forse, anche il male minore.
Antonello Biancalana
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