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  Editoriale Numero 143, Settembre 2015   
Vino: Questione di Punti di VistaVino: Questione di Punti di Vista  Sommario 
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Vino: Questione di Punti di Vista


 Durante il periodo estivo, nei mesi di luglio e agosto, approfitto sia per visitare cantine di vecchi e fidati amici sia per conoscerne di nuove. Non da meno, anche per concedermi - possibilmente - un po' di sano riposo, ammettendo comunque di portarmi sempre dietro un po' di lavoro da fare, così da non restare sommerso di impegni al ritorno. Visitare cantine e, soprattutto, vigneti, è sempre interessante: non solo per il piacere di scambiare opinioni con chi produce vino e passa il suo tempo in vigna, ma anche per conoscere nuove persone e nuovi vini. Incontrare i vecchi amici e i loro nuovi vini è parimenti interessante e piacevole. Si scambiano opinioni e vedute relative al vino e al suo mondo, piacevolmente allietati da un calice che si riempie continuamente dei profumi di vini diversi. Con gli amici e produttori con i quali si ha maggiore confidenza, si condividono pensieri in modo franco e schietto, anche quando non ci si trova pienamente d'accordo. In vino veritas.


 

 Nel questo periodo, frequento i ristoranti dei vari luoghi dove mi trovo scegliendoli - spesso - per le loro carte dei vini. Il mio intento non è tanto scegliere le carte con vini di un “certo spessore”, piuttosto quelle con bottiglie che non conosco. Preferisco infatti provare vini sconosciuti in un ambiente neutrale, un contesto che non subisca il coinvolgimento di vigne, cantine e produttori. Sono assolutamente consapevole che il ristorante non rappresenta mai la condizione ideale per svolgere una degustazione attendibile - troppe le distrazioni, troppi i fattori devianti - ma, in ogni caso, è sempre meglio di niente. A volte mi affido ai suggerimenti degli stessi ristoratori o addetti al servizio al tavolo, chiedendo espressamente vini che, secondo loro, meglio rappresentano il loro territorio e le loro uve. Il mio interesse, in ogni caso, è rivolto a quelle bottiglie che non conosco, soprattutto per l'eventuale piacere di scoprire cose nuove, magari buone.

 Faccio esattamente la stessa cosa nelle enoteche dei vari luoghi che visito. Parlo con gli enotecari, raccolgo informazioni sui nuovi produttori dei loro territori e su quei vini che, secondo loro, meritano particolare attenzione, sia per la qualità sia per la tipicità viticolturale ed enologica. Alcune volte, lo ammetto, in questo modo raccolgo suggerimenti preziosi, nella maggioranza dei casi indicazioni piuttosto desolanti e deludenti. Come nel caso di un enotecaro incontrato recentemente, al quale ho chiesto quali fossero - secondo lui - i vini più rappresentativi del suo territorio, dichiarando subito le due cantine che per me sono il riferimento del luogo. L'enotecaro, convenendo con me che quelle due cantine producono bottiglie di notevole livello, mi ha confidato - con decisa convinzione - che in realtà altre cantine li avevano superati in qualità. Una notizia mica da poco: vedere crollare i propri riferimenti può accadere e la rassicurante idea che c'è addirittura di meglio rende il trauma più lieve e sopportabile, perfino piacevole.

 L'enotecaro aggiunge che, a guidare queste cantine emergenti e strabilianti, ci sono in due casi ragazzi giovani e appassionati, ammirevoli per avere raccolto e proseguito la tradizione dei nonni, mentre, nell'altro caso, un noto e affermato imprenditore del luogo e che da poco ha deciso di dedicarsi anche al vino. In tutta onestà, mi incuriosiscono più i vini degli zelanti e volenterosi giovani - comunque meritevoli di ammirazione - un po' meno quelli dell'imprenditore che, forse, vede nel vino uno dei tanti modi per incrementare i suoi profitti. Negli ultimi anni mi è infatti capitato di incontrare e assaggiare vini di certi imprenditori che, nella condizione economica di potere investire in altri settori, acquistano vigneti e cantine oppure ristoranti. Come se il denaro fosse sufficiente a garantire la qualità, capace di comperare competenza e mestiere senza fare fatica ma di certo con tanta superficialità e incoscienza. L'enotecaro è sicuro di quello che dice e - sebbene abbia già vissuto tante altre volte esperienze simili, anche con esiti catastrofici - ascolto il suo suggerimento. Magari questa è la volta buona.

 L'idea di versare nel calice qualcosa di migliore dei due produttori di quella zona che ritengo i più significativi - o comunque di pari livello - mi alletta alquanto. Prendo quindi le bottiglie prodigiose, pago e ringrazio, con la mente che vola già impaziente a quei calici promettenti di emozionanti meraviglie. Sapete com'è finita? Le mie due cantine di riferimento di quel territorio possono dormire sonni tranquilli. Tranquillissimi. I due vini prodotti dagli intraprendenti giovani, desiderosi di portare avanti la tradizione del territorio e delle rispettive famiglie - e li ammiro sinceramente per questo - erano semplicemente ossidati, stanchi e piatti nella loro pesante interpretazione. Il vino dell'imprenditore fulminato sulla via di Bacco, aveva meno difetti ma nulla che facesse veramente gridare al miracolo. Un vino senza anima, eccessivamente lavorato in cantina, probabilmente frutto della bacchetta magica dell'enologo. Insomma, non è stata la volta buona e - lo ammetto - continuo ancora a interrogarmi sul gusto personale di quell'enotecaro e la visione del suo territorio.

 In tutti e tre i vini ho ravvisato quello che, purtroppo, rilevo sempre più spesso in troppe bottiglie: l'approssimazione e l'arrogante superficialità di chi crede che fare vino sia cosa semplice e che, in fin dei conti, basti solo la tradizione e un po' di denaro, quando c'è. Del resto, è sufficiente avere delle uve, ricavarne mosto, metterlo in cantina, “fare qualcosa” e aspettare. La tradizione sarà certamente capace di compiere l'ennesima magia di Bacco e il vino pronto per essere versato e raccontato come l'unica meraviglia del mondo. Semplice, no? D'accordo: de gustibus non disputandum est. Lo so. Come so bene che, per fortuna, il mio gusto personale e la mia visione del vino non rappresentano un riferimento assoluto. pur vero che negli ultimi anni - probabilmente complice anche la moda e il buon momento che sta vivendo il vino - vedo troppe bottiglie frutto di un'evidente approssimazione e superficialità. Quel che è peggio, orrendi difetti sostenuti a spada tratta come tipicità e tradizione di un territorio, offrendo - non da meno - l'immagine di una squallida qualità attribuita della propria terra. Il vino ha molti volti ed è uno degli aspetti entusiasmanti della bevanda di Bacco. Tanti territori, tanti produttori, infinite combinazioni e interpretazioni. Ultimamente anche troppi difetti, perfino imbarazzanti che - per decenza e onestà - andrebbero, quanto meno, tenuti nascosti nelle cantine proprio per il bene della propria terra.

Antonello Biancalana






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