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  Editoriale Numero 236, Febbraio 2024   
E Se Fosse Arrivato il Tempo di Cambiare la Viticoltura?E Se Fosse Arrivato il Tempo di Cambiare la Viticoltura?  Sommario 
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E Se Fosse Arrivato il Tempo di Cambiare la Viticoltura?


 Ci penso da diverso tempo, molti anni, in verità. Questo pensiero è tornato di nuovo nella mia mente non appena sono iniziate a diffondersi le prime notizie relativamente alle stime della vendemmia 2023. Previsioni che, notoriamente, si sono avverate, seguite dalle comprensibili, quanto inevitabili, lamentele dei produttori un po' ovunque in Italia, non da meno, anche in altri paesi vitivinicoli europei. Le condizioni della vendemmia appena trascorsa sono state decisamente critiche rispetto agli anni passati, anche in quelli che hanno comunque generato particolare malcontento, tanto da definirla fra le più scarse degli ultimi decenni. Quando il clima e le condizioni meteorologiche avverse producono effetti negativi sulle colture, in quel caso c'è evidentemente ben poco da fare. Quando si verificano eventi di questo tipo – esattamente come tutti quelli provocati da Madre Natura – anche quando sono prevedibili, difficilmente è possibile porre rimedio. Se arriva la grandine, per esempio, si chiudono gli occhi e si incrociano le dita, nell'attesa che arrivi, con non poca apprensione, la quiete dopo la tempesta.


 

 A ben guardare, come si può facilmente evincere dalle vicende passate, l'uomo – nell'attuare la coltivazione sistematica delle piante per i propri scopi alimentari, culturali, economici e sociali – si è sempre dovuto confrontare con gli inevitabili eventi della natura cercando di ottenere comunque il massimo. Questo, si può affermare senza timore di smentita, accade da quando l'uomo ha inventato l'agricoltura. In fin dei conti, si tratta di un oculato processo di selezione, e per niente naturale, nel quale l'uomo costantemente si dedica esclusivamente alla coltivazione degli esemplari più “sani”, capaci di garantire un raccolto proficuo, scartando quelli poco resistenti alle malattie oppure che presentano scarsi caratteri produttivi. Basti pensare, per esempio, a quanto è stato fatto per il frumento, così come altre piante e vegetali, in tempi nemmeno così lontani. Come la vasta e importante operazione di selezione avvenuta nel 1900, operata soprattutto da Nazareno Strampelli e Francesco Todaro, che ha consentito di “creare” diversi incroci e varietà – non solo di frumento – con l'unico scopo di migliorare la resistenza alle malattie, la migliore produttività e coltivazione.

 Si diede così vita a una lunga serie di frumenti – che oggi stanno tornando “di moda” con l'evocativa classificazione di grani antichi – e che furono sostanzialmente il frutto di una necessità, non solo di tipo agricolo, ma anche sociale e con lo scopo di combattere la fame e la povertà. Questo processo di selezione – e non solo per il frumento – si adotta e attua continuamente per ogni pianta destinata all'agricoltura, usando anche metodi del tutto simili a quelli impiegati da Nazareno Strampelli e Francesco Todaro per la creazione di quelli che oggi chiamiamo grani antichi, frutto certamente dell'ingegno e dell'intelligenza dell'uomo, non certo della natura, nonostante fosse evidentemente indispensabile a questo processo. Per quanto possa suscitare il disappunto di alcuni, compresa l'incredulità di certi “puristi”, quello che si fece non è altro che un miglioramento genetico, sia ricorrendo alla tecnica dell'incrocio sia mediante la selezione genealogica e dell'ibridazione, dando vita a varietà che – di fatto – non esistevano in natura.

 Il successo fu enorme, visto che il frutto di quelle ricerche ha praticamente “popolato” i campi d'Italia destinati a frumento, sollevando gli agricoltori dalle non poche preoccupazioni degli anni precedenti in fatto di coltivazione, resistenza alle malattie e produttività. Sono sempre stato convinto che, per quanto riguarda la viticoltura e il vino, condurre un'operazione simile a quella di Nazareno Strampelli e Francesco Todaro, con lo scopo di migliorare la vite, susciterebbe un'infinita e agguerrita crociata – come spesso accade in Italia – a sostengo della sacra difesa delle sante tradizioni “perché si è sempre fatto così e così deve essere in secula seculorum”. Eppure, i nostri saggi nonni e bisnonni – cioè quelli che hanno dato vita alle nostre intoccabili tradizioni – non ebbero alcuna difficoltà ad adottare e coltivare le nuove varietà di frumento e non solo quello. A ben pensare, la loro necessità primaria non era quella di fare crociate, piuttosto il senso pratico della sopravvivenza, dovendo scegliere fra mangiare oppure fare la fame, oltre alla desolazione di campi di frumento allettati o raccolti miseri causati dalla ruggine, con buona pace dei grani antichi dei loro nonni.

 Si dice che l'uomo abbia scarsa memoria e tenda a dimenticare in fretta – per difesa, forse per opportunità e presunzione – le vicende del passato, spesso non imparando nulla, quindi condannato a ripetere i medesimi errori. Oggi, infatti, in ambito viticolturale, si assiste da anni alla strenua difesa delle “antiche” varietà di uve da vino, promosse ad autentiche guardie e baluardi dell'identità di un territorio e delle sue più antiche e sacre tradizioni. Chissà se l'umile vite, nella quiete e placida calma del vigneto, è consapevole dell'immane responsabilità che gli si attribuisce per il mantenimento e perpetuazione dell'identità di ogni territorio. Comprese quelle varietà praticamente scomparse da anni e riportate alla ribalta enologica, senza forse chiedersi il motivo per il quale i nostri nonni – cioè sempre gli stessi che hanno inventato le nostre intoccabili tradizioni – le avessero abbandonate sostituendole con altre varietà. Forse si trattava di nonni poco saggi e alquanto stolti, ignari del valore di quanto avevano in vigna, disdegnando e gettando i preziosi gioielli per sostituirli con della misera e dozzinale bigiotteria.

 La memoria, dicevo. Probabilmente oggi non consideriamo mai che, alla fine del 1800 e l'inizio del 1900, si verificò un cambiamento epocale della viticoltura in Europa e che – di fatto – ha cancellato per sempre la “purezza” delle antiche varietà di uve da vino. La fillossera, infatti, provocò una devastazione senza precedenti, costringendo l'uomo a cercare in fretta una soluzione, prima che la vite europea scomparisse, e per sempre, dai vigneti. Com'è ben noto, la soluzione – ancora oggi adottata e insostituibile – fu quella di innestare apparati radicali resistenti alla fillossera alle varietà europee. La vite era salva, ma a essere puristi fino in fondo, come molti fanno, convinti di difendere la propria identità storica, tutte le varietà di uve coltivate oggi non sono più esattamente quelle dei tempi passati. Tranne in rarissimi casi, così rari che si possono considerare pressoché inesistenti e nei quali si verificano, condizioni ambientali sfavorevoli alla fillossera, in tutti i vigneti d'Europa si coltivano varietà “autoctone” con un apparato radicale “alieno”. Fu una scelta obbligata, necessaria e inevitabile, poiché l'alternativa era smettere di coltivare la vite. Il lodevole risultato dell'ingegno dell'uomo, certamente contro natura, la quale non avrebbe mai innestato un apparato radicale di una varietà di uva americana in una europea. L'uomo però l'ha fatto e ha vinto la guerra contro la fillossera, la quale continua comunque a vivere nei vigneti europei senza però provocare danni.

 Nella scorsa vendemmia, com'è noto, il raccolto è stato severamente compromesso a causa della peronospora, una malattia della vite che generalmente si previene e cura con prodotti a base di rame, in modo particolare con il solfato di rame. Sebbene sia il rimedio utilizzato già dai nostri nonni – esattamente come lo zolfo per combattere l'oidio – quindi tradizionale, non si può non osservare che il rame è un metallo pesante, considerato altamente dannoso per il suolo, nonché tossico per gli organismi che vivono nel sottosuolo. La peronospora è solo un esempio e chi coltiva la vite sa bene che, oltre a questo, ogni anno è chiamato a fronteggiare e prevenire anche altre patologie, ricorrendo a trattamenti fitosanitari specifici e con impatti più o meno rilevanti per l'ambiente, il suolo e, non da ultimo, l'uomo. Gli eventi degli ultimi anni, non da meno, evidenziano il progressivo aumento dell'intensità degli effetti di certe malattie, unitamente alla diminuzione di precipitazioni piovose, dovrebbero fare riflettere sul fatto che le attuali varietà da uva non sono più adatte alle condizioni ambientali di questi tempi e, forse, lo saranno sempre meno.

 La diminuzione delle precipitazioni piovose e l'innalzamento delle temperature che si verificano puntualmente negli ultimi anni, indipendentemente dalla causa – cambiamenti climatici conseguenti ai comportamenti umani o altro – sicuramente non saranno “risolti” in pochi anni, ammesso inoltre si possano risolvere. L'intensificarsi delle patologie della vite chiedono, necessariamente, interventi preventivi e fitosanitari in modalità evidentemente diverse rispetto a quanto si faceva in passato. Nel caso della peronospora, che ha provocato danni ingenti nel 2023, non è nemmeno pensabile – per coloro i quali ricorrono a questo rimedio – di intensificare la somministrazione di solfato di rame o altri prodotti specifici. A tale proposito, già dalla metà del 1800, con un forte impulso negli anni 1950, si è cercato di porre rimedio attraverso l'incrocio e l'impollinazione di varietà resistenti, unitamente alla selezione genetica, portando alla creazione delle varietà PIWI (dal tedesco Pilzwiderstandfähig, letteralmente “resistente ai funghi”). Può essere una strada, forse non l'unica, tuttavia concreta oltre che disponibile, e – per esperienza personale – i vini prodotti con queste varietà hanno caratteristiche sensoriali ed enologiche decisamente interessanti.

 Forse è giunto il momento di pensare, per esempio, al miglioramento genetico delle varietà moderne – anche mediante cisgenesi e il cosiddetto genome editing, due tecniche attualmente non consentite dalle normative europee – così da renderle resistenti alle patologie più comuni e alla siccità. Mi riferisco, ovviamente e unicamente, al miglioramento genetico – tecnica che si impiega da anni con diversi vegetali e, come detto prima, ampiamente usato con il frumento all'inizio del secolo scorso – e non alla mutazione transgenica. In fin dei conti, la viticoltura ha già subito un cambiamento drastico ed epocale all'inizio del 1900 a causa della fillossera e si è dovuta adattare alla sua presenza, cambiando per sempre la vite nei vigneti europei, tuttavia garantendo il mantenimento della sua esistenza. Forse è arrivato al momento di compiere un nuovo cambiamento drastico ed epocale così da garantire la sopravvivenza e la sostenibilità della viticoltura, oltre che del vino. La selezione e il miglioramento genetico consentirebbero di avere le stesse varietà che conosciamo oggi, tuttavia capaci di resistere alle più comuni patologie e alla siccità. Questo, inoltre, avrebbe il vantaggio di limitare considerevolmente i trattamenti fitosanitari in vigna garantendo – nel contempo – uve più sane e, quindi, vini qualitativamente migliori. Oltre che suoli meno inquinati.

Antonello Biancalana



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