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Anche in Italia Arriva il Vino Dealcolato


 Alla fine, anche in Italia avremo il tanto discusso vino dealcolato, cioè senza alcol. O, per quello che mi riguarda, una cosa liquida derivata dal vino – e che vino non è più – ottenuta da un processo meccanico o termico che separa questa cosa liquida dall'alcol etilico. Nei giorni scorsi, infatti, con apposito decreto interministeriale MEF-MASAF (Ministero dell'Economia e delle Finanze – Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste) l'Italia autorizza la produzione di vini dealcolati. Un provvedimento che, sebbene sia stato lungamente atteso da alcuni produttori, resta comunque estremamente divisivo. Non solo fra i consumatori, ma anche fra i produttori, soprattutto quelli più piccoli e – passatemi il termine – ortodossi, poiché la produzione del vino dealcolato non è né operazione semplice né tanto meno economica. La notizia è stata invece accolta con enorme soddisfazione dai grandi produttori, i quali, senza dubbio alcuno, non avranno difficoltà nel dotarsi di impianti di dealcolazione oltre ai previsti relativi obblighi e oneri.


 

 A onore del vero, secondo molti produttori, la possibilità di produrre il vino dealcolato rappresenta un'opportunità di mercato importante, attraverso la quale si prevede il conseguimento di sostanziali profitti economici. Sono molti, infatti, a sostenere che il vino dealcolato sarà strategico e determinante per la ripresa del settore vitivinicolo poiché capace di incontrare le nuove tendenze di mercato e dei consumatori. Quello che però non si dice, o forse non è del tutto chiaro, è che produrre vino dealcolato, introduce nuovi costi per i produttori – e non solo a livello produttivo – i quali, pare inevitabile, andranno certamente a incidere sul prezzo finale, quindi sui consumatori. Questo, personalmente, mi pare l'aspetto meno critico, poiché se un consumatore chiede un prodotto “particolare” e potenzialmente più costoso da produrre, deve poi essere consapevole della possibilità di pagare un prezzo più alto.

 Mi sono già espresso in passato in merito ai cosiddetti vini dealcolati, certamente non ho cambiato la mia idea, pur rispettando coloro i quali possono avere comunque un interesse nel consumare questo “prodotto”. La mia obiezione, in ogni caso, non è cambiata, tuttavia mi infastidisce il fatto che, in qualche modo, siano chiamati “vini”, quindi equiparati a quelli veri. Sono infatti convinto che si sarebbe dovuto scegliere un nome diverso, ma è ovvio che il termine vino è evidentemente utile, utilissimo, alla sua commercializzazione. Resta mia ferma convinzione che, in ogni caso, il vino dealcolato non fa e non farà bene al vino, quello vero. Avere due prodotti con lo stesso nome ma – di fatto – totalmente diversi, introduce a livello culturale una nuova identità del vino, cioè che è, o può essere, senza alcol. Questo, probabilmente, con il tempo potrebbe diventare la norma, quindi sostituire il vino, quello vero, nelle abitudini dei consumi. Si potrebbe obiettare, a tale proposito, che da decenni esiste la birra analcolica e, nonostante questo, non ha influito in modo sostanziale sulla produzione e il mercato della vera birra.

 Certo, innegabilmente ed evidentemente vero. Tuttavia, altrettanto evidente, per la birra non si è fatta la stessa massiccia campagna accusatoria e denigratoria mossa nei confronti del vino, o meglio, all'alcol che contiene. Altrettanto vero che la birra, salvo alcune eccezioni e stili, ha un volume alcolico decisamente inferiore al vino, generalmente la metà, in certi casi anche tre volte meno. Ma questo non significa che la birra – o qualunque altra bevanda alcolica – sia meno “pericolosa” per la salute. Come si dice, “è la somma che fa il totale”. Il totale dell'alcol, ovviamente. Aggiungerei, non meno importante, una questione che ritengo a mio avviso fondamentale per chiunque degusti vino: l'equilibrio. Eliminando l'alcol dal vino, inevitabilmente si determina un notevole squilibrio – come minimo – a favore dell'acidità e, quando presente, dell'astringenza. L'alcol, infatti, non produce solamente la nota sensazione bruciante e pseudo-calorica, ma anche stimoli legati direttamente alla dolcezza e morbidezza.

 Togliendo l'alcol, quindi, si verifica la non banale necessità di riportare il vino in equilibrio gustativo. Ma non solo. L'alcol è un elemento importante per l'espressione dei profumi, poiché favorisce il loro sviluppo e percezione al naso. In altre parole, i vini dealcolati sono potenzialmente meno profumati ed “espressivi”. A livello enologico, ovviamente, tutto questo non costituisce un problema insormontabile, poiché qualunque enologo sa benissimo come supplire in modo efficace e riportare il vino in equilibrio gustativo oltre ad “aiutare” l'espressione dei profumi. Inutile elencare le tecniche e sostanze utili allo scopo – ogni enologo e degustatore degno di tale qualifica, sa benissimo come si fa – aggiungendo, a scanso di qualunque equivoco o malinteso, che si tratta di tecniche, metodi e sostanze assolutamente lecite, legali e permesse in enologia. Non finisce qui. L'alcol, inoltre, è un ottimo conservante – ovviamente non l'unico presente in un vino – e assicura una certa sanità e stabilità microbiologica, anche nel tempo. Questo significa che i vini dealcolati hanno una “vita” decisamente più breve, imponendo, non da meno, l'indicazione di una data di scadenza. Pensate: un vino con la data di scandenza, come – senza offesa – uno “yogurt” qualunque!

 Tutto questo, almeno a me, fa sorridere, soprattutto se si considera che per anni si è gridato allo scandalo a ogni minimo sospetto di adulterazione chimica operata nel vino – sempre ricordando che il vino è chimica – e l'idea che la sostituzione dell'alcol possa aumentare l'uso della chimica in cantina, forse, non suscita nessuna obiezione. Inoltre, un vino con la data di scadenza, dovrebbe fare riflettere sul senso di chiamarlo vino. Tuttavia, in questi tempi, com'è ben noto, l'importante è che si crei una nuova moda – possibilmente da blaterare a caso in tutti i social, confusa nella frenetica competizione dei like e l'ossessione degli auto celebrativi selfie – non interessa come, basta che riceva la sacra benedizione della nuova corrente di pensiero e (quasi) tutti vissero felici e contenti. Lo ribadisco, anche in questa occasione: non ho nulla in contrario sulla produzione e commercializzazione di questi vini, consapevole che ci sono consumatori interessati oppure obbligati al loro consumo per diversi motivi e cause, comprese le non meno importanti ragioni di ordine medico, salutare, morale, etico e per legittima scelta di vita.

 Sono tuttavia altrettanto consapevole che il tanto vituperato alcol etilico è parte integrante del vino, soprattutto in termini sensoriali oltre che di identità. Il vino non è solo alcol. Chi consuma vino o qualunque altra bevanda alcolica in modo consapevole, certamente non è uno scellerato irresponsabile o un etilista. Se esiste il problema dell'abuso delle bevande alcoliche e delle sue deprecabili conseguenze – e il problema evidentemente e indiscutibilmente esiste – la colpa non è dell'alcol o della bevanda in sé, ma della mancanza di cultura. Ovviamente è più facile eliminare il problema – l'alcol, in questo caso – piuttosto che investire in cultura. Di questi tempi poi, all'insegna del “tutto, subito e facile”, figuriamoci se si può pensare alla fatica di fare cultura. Si deve prendere atto che anche in Italia l'esistenza e la produzione del vino dealcolato è sancito per legge. Un passo che, sicuramente, attribuirà al vino una nuova immagine, identità e ruolo, accettato come alternativa a quello vero, pertanto a esso equiparato o equiparabile, in quanto “vino”. Sarà solamente una semplice e banalissima questione di tempo, forse nemmeno così lontano. Come disse notoriamente Giulio Cesare, prima di varcare il fiume Rubicone, “alea iacta est” (il dado è tratto), pertanto – visto che per molti da qui passa la salvezza del mercato del vino – a quando i primi vini dealcolati DOC e DOCG?

Antonello Biancalana



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