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Torno a parlare della vendemmia 2026, sia perché, mai come quest'anno, non è
stata un'annata semplice in termini agronomici e viticolturali, sia perché
– oramai – i bilanci sono chiari e tali da fornire un quadro complessivo e
definitivo. Non da meno, fornisce dati interessanti sui quali riflettere, non
solo in merito all'annata 2026 ma anche quelle future. La prima considerazione è
relativa all'annuale competizione – e di certo sempre meno appassionante, se mai
lo fosse stata, di certo non per me – sul primato delle quantità prodotte nei
paesi vitivinicoli. Nonostante la difficile annata segnata da condizioni
meteorologiche eccezionali, con temperature altissime e disponibilità di acqua
nei vigneti piuttosto critica, l'Italia conquista nuovamente il gradino più alto
del podio nel 2026. Magari questo risultato può suscitare sentimenti di gioia e
giubilante tripudio per alcuni, per altri – forse – potrebbe non essere
esattamente una buona notizia, visti i tempi.
Le stime rilasciate in questi giorni, confermano 41,1 milioni di ettolitri di
vino prodotti in Italia, sebbene con un calo – ampiamente previsto – del -7,4%
rispetto al 2025. Decisamente lontani i tempi nei quali l'Italia produceva
quantità di gran lunga superiori a questa, nella rinnovata sfida con Francia e
Spagna, i due principali paesi vitivinicoli contendenti il prestigioso
titolo. Va detto, a tale proposito, mentre Francia e Spagna, da qualche anno,
hanno limitato la propria produzione, anche in maniera significativa, l'Italia
continua a surclassare i due cugini enoici con distacchi non indifferenti.
A titolo di confronto, le stime della produzione vinicola di Francia e Spagna per
il 2026 sono rispettivamente 33,9 - 34,9 e 34 - 37,6 milioni di ettolitri.
Evidentemente, anche in questi due paesi l'effetto dell'eccezionale condizione
meteorologica ha fortemente influito su questo calo, tuttavia si tratta di una
tendenza registrata anche negli ultimi tre anni. Basti pensare, per esempio, che
nel 2022 e 2023, la Francia ha fatto registrare produzioni rispettivamente di 46
e 48 milioni di ettolitri, mentre nel 2024 appena 36,1.
Si ricorderà, infatti, che proprio in Francia negli ultimi anni si è assistito a
un susseguirsi di episodi e misure proprio tesi alla diminuzione della produzione
annuale di vino. Provvedimenti dolorosi – aggiungerei, dolorosissimi – che
hanno visto l'espianto di vigneti, anche in maniera drastica. Una strategia,
quella francese, che sta cercando di adattare la produzione di vino con le
tendenze e, soprattutto, le vendite di questi anni, in particolare dei vini
rossi, i quali hanno subito maggiormente la crisi del calo di vendite, anche nel
mercato interno. L'intenzione, inoltre, è dichiaratamente dovuta ai cambiamenti
climatici e di mercato in corso, per i quali in Francia non prevedono
miglioramenti per il futuro prossimo. A fare le spese sono stati principalmente i
vigneti destinati alla produzione di vini di largo consumo, una parte comunque
importantissima nel bilancio annuale. Tuttavia, si tratta di un sacrificio
calcolato anche con lo scopo di migliorare la qualità di ciò che resta,
favorendo quindi i mercati di nicchia. Una strategia che ha inoltre
determinato, nel 2026, il sorpasso della Spagna nei confronti della Francia,
diventando quindi il secondo produttore europeo in termini di quantità.
E l'Italia? Mentre gli altri paesi vitivinicoli del mondo si confrontano con le
nuove sfide climatiche e di mercato globali, riducendo, anche significativamente,
la produzione, l'Italia è il paese che, negli ultimi 20 anni, ha dimostrato
maggiore resistenza a questo cambiamento. Una condizione decisamente critica, se
si considera – non da meno – l'attuale e non trascurabile giacenza di vino
nelle cantine italiane, alla quale si aggiunge quella della vendemmia 2026.
L'ultimo rapporto Cantina Italia, rilasciato lo scorso 30 settembre, segnala
un incremento del 14% rispetto all'ultima rilevazione, quota che è
prevalentemente rappresentata dai vini DOP. Ovviamente, l'incremento si deve
anche alla vendemmia 2026, notoriamente svolta con largo anticipo e che,
inevitabilmente, incide in modo significativo su questo dato. Il rapporto
segnala, in ogni caso, che nelle cantine italiane – al 30 settembre 2026 – sono
giacenti 41,2 milioni di ettolitri di vino, con un incremento del 14,2% rispetto
al dato rilevato nel medesimo periodo del 2025.
Aumentano, comprensibilmente, visto il periodo di vendemmia, le quote relative ai
mosti, +50,5% pari a 12,8 milioni di ettolitri, oltre ai vini nuovi ancora in
fermentazione, +92,8% pari a 8,8 milioni di ettolitri. Il dato confortante
– probabilmente non condiviso da molti – è la diminuzione della quantità di
vino prevista per il 2026, la quale, come detto, registra un -7,4% rispetto al
2025. Per quanto concerne le giacenze dei vini, come detto, i vini DOP
costituiscono la quota principale, 56,8% pari a 23,3 milioni di ettolitri,
segnando, inoltre, un incremento del 12,8% rispetto al 2025. Aumento che
equivale a 2,5 milioni di ettolitri, dei quali 10,4 di bianchi (+23,7%), 12,1 di
rossi (+5,4%) e 0,7 di rosati (+3%). Più contenuta la quota dei vini IGP,
i quali segnano +15,6% pari a 10,3 milioni di ettolitri, dei quali 5,8 di rossi
e 4 di bianchi. Altro incremento significativo è registrato dai vini da tavola,
segnando un +16,6% pari a 6,6 milioni di ettolitri.
Se c'è una cosa che sta calando, oltre alla stima per la vendemmia 2026, è il
prezzo medio dei vini italiani, anche per effetto dell'inflazione. Non è una
buona notizia, soprattutto per i produttori, i quali aggiungono questa condizione
alla difficoltà legata all'esportazione. A comunicarlo è l'Unione Italiana Vini
– UIV – la quale rileva un diffuso calo del valore del vino allo scaffale,
quindi nella vendita al dettaglio, prevedendo, non da meno, il verificarsi di una
crisi sistemica. Le stime provvisorie relative all'inflazione e diffuse
dall'ISTAT – Istituto Nazionale di Statistica – sottolinea un aumento dei
prezzi al consumo dello 0,7% rispetto al mese precedente e +4,2% se confrontato
con settembre 2025. L'incidenza maggiore è dovuta all'aumento dei costi relativi
all'energia e delle materie prime nel settore alimentare. Aumenti che, però, non
si registrano per il vino, categoria che da mesi soffre una progressiva perdita
in termini di valore. Le stime preliminari evidenziano, infatti, un calo del
-0,3% rispetto ad agosto 2026 e -2,3% in confronto con settembre 2025.
A incidere in modo significativo, evidentemente, anche il diffuso calo dei
consumi, una tendenza che, da qualche anno, continua a segnare valori negativi e
non solo per ragioni strettamente legate al mercato. Anche il prezzo delle uve
sembra essere in calo e, secondo le prime stime, sarebbe ancora diminuito
rispetto alla media del 2025. In attesa della conferma, questo significa comunque
un ulteriore elemento critico per la filiera produttiva del vino, in particolare
per i viticoltori che decidono di vendere le uve dei propri vigneti. Diminuzione
quindi dei ricavi, con i costi di coltivazione che incidono pesantemente sul
margine, quindi, un minore profitto. In altre parole, la viticoltura sta
diventano sempre meno redditizia per i viticoltori. Difficile, veramente, fare
previsioni sul futuro del vino. Con il calo diffuso dei consumi, un mercato che
non sembra mostrare ancora segni veramente incoraggianti e giacenze in cantina
che certamente non semplificano le cose, tutto fa pensare a un 2027 non molto
diverso dal 2026. Poi è vero che, a volte, basta poco per cambiare in meglio una
situazione complicata: mai dire mai. Tuttavia, in questo momento l'orizzonte pare
ancora fosco e, in attesa che si schiarisca, attendiamo con fiducia le emozioni
che ci regalerà la vendemmia 2026. Con buona pace dei tanti detrattori del vino
che, in questi tempi, non sembrano mancare. In alto i calici!
Antonello Biancalana
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