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  Editoriale Numero 5, Febbraio 2003   
Denominazioni di Origine: Quali Garanzie di Qualità?Denominazioni di Origine: Quali Garanzie di Qualità? La Posta dei LettoriLa Posta dei Lettori  Sommario 
Numero 4, Gennaio 2003 Segui DiWineTaste su Segui DiWineTaste su TwitterNumero 6, Marzo 2003

Denominazioni di Origine: Quali Garanzie di Qualità?


 Il rinnovato interesse che i consumatori hanno rivolto al vino nel corso degli anni recenti ha notevolmente trasformato il commercio e la produzione di questa bevanda; i consumatori stanno progressivamente diventando sempre più esigenti in termini di qualità trascurando, giustamente, il parametro della quantità nelle loro scelte. Insomma, si beve meno, e con consapevole moderazione, ma si beve e si pretende di bere meglio. Giustamente.

 Uno dei fattori che dovrebbe garantire un buon livello di qualità è rappresentato dalle cosiddette “denominazioni di origine”, cioè da quella serie di norme e discipline che suggeriscono ai produttori le modalità di produzione dei vini che dovrebbero avere un livello di qualità piuttosto elevato. L'appartenenza di un vino ad una determinata categoria di denominazione di origine costituisce una reale e sufficiente garanzia di qualità?


 

 I sistemi di qualità sono legalmente istituiti in alcuni paesi vitivinicoli del mondo e tutti hanno lo scopo di garantire, in modo legale, la qualità dei vini che sono riconosciuti idonei e meritevoli di appartenere ad una determinata categoria di denominazione. Spesso sono i produttori stessi che propongono l'istituzione di denominazioni di origine, facendosi addirittura carico di compilare e sottoporre il testo del disciplinare agli organi istituzionali preposti. In un certo senso, sono gli stessi produttori che si impongono uno stile di produzione in modo da garantire la qualità dei loro vini prodotti in determinate zone.

 L'idea è senza dubbio nobile e degna di nota, ma i fatti della realtà raccontano invece una situazione un po' contrastante e spesso anche paradossale. Spesso si trovano dei vini, appartenenti alla stessa denominazione di origine, che hanno innegabilmente livelli qualitativi assolutamente diversi, alcuni di questi a malapena arrivano alla mediocrità, eppure, sono considerati a pieno titolo, istituzionalmente riconosciuto, come degni rappresentanti di una produzione di alta qualità. Ad onore del vero, il termine stesso che viene utilizzato per questi vini, denominazione di origine, non fa riferimento a nessun termine che indichi la qualità, di fatto, garantisce unicamente la zona di provenienza di un vino.

 Non c'è dubbio sull'importanza di tutelare e garantire la tradizione e la tipicità dei vini e delle uve provenienti dalle zone storiche e tradizionalmente vocate alla vitivinicoltura, tutti sappiamo che la zona di provenienza e di coltivazione delle uve rappresenta un fattore fondamentale per la qualità di un vino. Se si analizzano i testi delle disciplinari di produzione delle denominazioni di origine dei vari paesi che adottano un sistema di qualità di questo tipo, spesso si trovano delle “precise” indicazioni sia sulla coltivazione delle uve, sia sulla produzione del vino, tuttavia è innegabile che i risultati, da produttore a produttore, siano notevolmente diversi.

 Se prendiamo, per esempio, il parametro della resa per ettaro, ci si rende conto immediatamente che le indicazioni riportate nei disciplinari possono essere sia ampiamente interpretati, sia delegati alla serietà e all'onestà di chi produce vino che spesso, per scelta, non ne tiene conto e applica dei criteri propri, comunque accettabili e legalmente adottabili. Supponiamo che un disciplinare stabilisca, per una determinata denominazione, una produzione massima per ettaro pari a 100 quintali. Questo tipo di resa è, in effetti, producibile in modi diversi e comunque perfettamente legali. Si può, per esempio, ottenere piantando 1000 piante di vite per ettaro e facendo produrre ciascuna 10 chilogrammi d'uva, oppure piantare 10000 piante di vite per ettaro e facendo produrre ciascuna un chilo d'uva. Il risultato è sempre e comunque 100 quintali per ettaro, ma è fin troppo evidente che la qualità delle uve, e quindi del vino, sarà notevolmente diversa: maggiore la quantità d'uva prodotta da una singola vite, minore sarà la qualità dell'uva e delle sue caratteristiche. Tuttavia i vini ottenuti da questi due esempi possono entrambi appartenere a pieno titolo all'ipotetica denominazione di origine che prevede 100 quintali di resa per ettaro.

 Questo tipo di scelte di produzione influiscono non solo sulla qualità del vino ma anche sui costi necessari alla sua produzione. Senza ombra di dubbio, i costi per mantenere e coltivare un vigneto di un ettaro con 1000 viti è certamente e di gran lunga inferiore di un vigneto che nella stessa superficie ne conta 10000. Questi costi, aggiunti agli altri sostenuti durante le varie fasi di produzione, influiscono direttamente sul prezzo finale del vino. Non è certamente una novità: produrre vino di qualità significa operare scelte onerose e costose, tuttavia vanno fatte le dovute distinzioni fra l'onesto e ragionevole prezzo offerto per la qualità di un vino e la speculazione vera e propria.

 Denominazione di origine uguale a qualità? La risposta più appropriata sembrerebbe essere “forse”. Probabilmente la cosa più certa che può essere garantita da una denominazione, a patto che esistano adeguati e opportuni controlli da parte delle autorità competenti oltre alla serietà e onestà dei produttori, è la zona di origine. La qualità vera o propria del prodotto è invece legata strettamente alla serietà e alle scelte del produttore, piuttosto che alle indicazioni delle disciplinari di denominazione di origine.

 Va comunque osservato che queste differenze di qualità, anche evidenti e imbarazzanti, fra i vini di una stessa denominazione di origine, non possono fare altro che dare luogo a confusione, sfiducia e atteggiamenti pregiudiziali da parte dei consumatori nei confronti dei vini provenienti da certe zone. Nel caso in cui un consumatore acquistasse per la prima volta un vino appartenente in una determinata denominazione di origine e prodotto con metodi e criteri di qualità discutibile, non potrà fare altro che associare ai vini di quella denominazione un giudizio di bassa qualità. Tutto questo, ovviamente, a scapito degli altri produttori che usano reali criteri di qualità e, non da ultimo, delle tradizioni vinicole di tutta la zona. Sarà piuttosto difficile per questo consumatore lasciarsi convincere che i vini di quella zona, di cui quel vino assaggiato era piuttosto deludente, sono invece dei buoni vini.

 Non di rado accade che certi produttori, storicamente associati ad una determinata zona, decidono deliberatamente di non fare appartenere i propri vini ad una specifica denominazione di origine, preferiscono invece iscriverli in denominazioni più generiche e considerate legalmente inferiori, ma che gli consente di scaricare il “peso” imbarazzante di una denominazione di origine discutibile e “distrutta” dalla scarsa qualità della maggioranza dei vini dei suoi produttori. Spesso i vini “ritirati” da certi produttori dalle storiche denominazioni di appartenenza, sono prodotti con le stesse uve e nelle stesse zone e, certamente, con criteri produttivi assolutamente diversi e qualitativamente migliori.

 Nella qualità dei vini, come abbiamo già detto, il ruolo giocato dalla zona di provenienza e dalle sue condizioni climatiche, rappresentano un fattore importante e rilevante, tuttavia non può, da solo, essere garanzia di qualità. Si può coltivare la vite nel luogo più adatto del mondo, ma se questa coltivazione viene fatta in modo approssimativo e speculativo e il vino viene prodotto con pratiche generiche e poco attente, non si può certamente pretendere di ottenere un prodotto di qualità, a dispetto dell'eccellente luogo di produzione. Come viene spesso e giustamente ripetuto, la produzione del vino di qualità necessita anche dell'attenta e intelligente opera dell'uomo, supportata dalle grazie di Madre Natura, e soprattutto dalla consapevole volontà di produrre un vino di qualità, indipendentemente da ciò che viene stabilito legalmente da un disciplinare di denominazione di origine.

 Denominazione di origine uguale a qualità? Forse, ma da sola non basta a fare un grande vino. Si osservi e si valuti invece il lavoro e i risultati dei singoli produttori che operano in una determinata zona, il loro rispetto per l'uva e il lavoro svolto nel vigneto, la passione con cui producono vino e, non da ultimo, l'onestà e la correttezza con cui vendono i propri prodotti: si valuti con tutto questo la reale qualità del vino.

 



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La Posta dei Lettori


 In questa rubrica vengono pubblicate le lettere dei lettori. Se avete commenti o domande da fare, esprimere le vostre opinioni, inviate le vostre lettere alla redazione.

 

Vorrei chiedervi di pubblicare un'ampia spiegazione e illustrazione sulle origini, l'attualità e il perché dei vini con predicato prodotti in Toscana. Grazie e complimenti per la vostra rivista, è davvero interessante e ben fatta.
Michele Serafini -- Perugia (Italia)
Negli anni '80 dello scorso secolo, alcuni produttori Toscani, con lo scopo di tutelare i nuovi stili di produzione della regione che prevedevano l'uso della barrique, decisero di stabilire dei disciplinari di produzione in modo da garantire un elevato livello di qualità. Questi produttori decisero di chiamare questi “nuovi” vini con il termine “Vini con Predicato”, termine che successivamente fu sostituito con “Capitolare”, sia per dare loro un nome Italiano più distintivo, sia per respingere l'accusa di certi produttori tedeschi che criticavano l'evidente somiglianza della parola “predicato” con il loro termine “Prädikat” e che poteva essere causa di confusione. Le categorie previste sono quattro e precisamente: Capitolare di Biturica, che deriva dal nome latino con cui era noto il Cabernet Sauvignon, prodotto con uve Sangiovese e Cabernet Sauvignon e con una proporzione minima del 30% ciascuno; Capitolare del Cordisco, nome con cui era noto nel medioevo l'uva Sangiovese, prodotto con l'omonima uva e con un massimo del 10% di altre uve a bacca rossa; Capitolare del Muschio, prodotto con uve Chardonnay e/o Pinot Bianco con eventuale aggiunta di Riesling Renano, Riesling Italico, Pinot Grigio o Müller Thurgau e per un massimo del 20%; Capitolare del Selvante, prodotto con Sauvignon Blanc ed eventualmente le stesse uve e percentuali previste per la produzione del Capitolare del Muschio. L'affinamento minimo previsto è di 12 mesi per i vini bianchi e di 18 mesi per quelli rossi, inoltre, nell'etichetta viene riportato il nome del vigneto o cru da cui provengono le uve.



In occasione dello scorso Natale 2002 mi è stato regalato una bottiglia di Bradisismo IGT 1998 di Inama. Non conoscendo assolutamente questo vino, volevo avere informazioni in generale e in particolare sui tempi massimi per una eventuale conservazione oltre ai possibili abbinamenti. Ringraziandovi anticipatamente, porgo distinti saluti.
Diego Raineri -- Rodengo Saiano, Brescia (Italia)
Il vino che ha ricevuto in regalo, Bradisismo 1998 di Inama, è prodotto con uve Cabernet Sauvignon, Carmenère e Merlot. Fra queste uve, probabilmente la meno nota è il Carmenère, un uva di origine Bordolese e che in tempi passati era piuttosto diffusa nel Médoc. Recentemente è stata riscoperta e sta riprendendo la giusta posizione che certamente merita. Il Bradisismo subisce un affinamento in barrique per 15 mesi e viene imbottigliato senza fare uso di processi di filtrazione. Le prospettive di maturazione e affinamento sono più che ottime e se conservato in modo corretto, può essere affinato in bottiglia per oltre 10 anni. Un vino come questo richiede abbinamento enogastronomici piuttosto “impegnativi”, come per esempio ricchi stufati o brasati di carne, selvaggina, arrosti di carne e, non da ultimo, grandi formaggi stagionati, preferibilmente di pecora o capra.



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