Cultura e Informazione Enologica - Anno XVII
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Vino Italiano: Sempre Più in Alto!


 Il vino italiano di strada ne ha fatta tanta. Già dagli albori dell'enologia italiana, i vini prodotti nello stivale erano apprezzati per la loro qualità e molti sono stati gli autori del passato a decantarne le doti. Vini che hanno fatto sognare gli uomini vissuti in epoche antiche, esportati e apprezzati ovunque in quello che era - a quei tempi - il mondo conosciuto. Il vino è stato una delle prime cose prodotte in Italia ad essere esportato fuori dai confini del paese, poi - com'è noto - alla bevanda di Bacco sono seguiti altri prodotti, arte e cultura. Il vino, in fin dei conti, rappresenta pienamente la cultura e l'espressione di chi lo produce, quindi - già a quei tempi - insieme al vino si esportava anche la cultura italiana, o almeno di quel territorio che molto più tardi prenderà il nome di Italia. Poi, la bella favola ha conosciuto un pesante declino, lo splendore dell'enologia italiana ha attraversato i tempi bui del medioevo e - con sorti alterne - si giunge ai nostri tempi, dopo avere attraversato un lunghissimo periodo di logiche produttive dove la quantità era più importante della qualità.


 

 In questo periodo, il nome dell'Italia all'estero era comunque mantenuto “alto” da altre produzioni, dalle prelibatezze della cucina mediterranea, dall'abbigliamento, lo stile italiano e da tutti gli altri prodotti genericamente classificati come “made in Italy”. Fra questi c'era anche il vino, ma il suo ruolo era certamente marginale, lontano da quello che era stato e che aveva rappresentato in tempi passati. Il declino non era solo legato al modo con il quale generalmente si produceva vino in Italia - tanta quantità e qualità discutibile - e i pochi produttori che facevano della qualità la primaria caratteristica dei loro vini, incontravano una certa fatica nel vendere i loro prodotti, soprattutto all'estero, a causa della poco nobile fama dei vini italiani. E mentre in Italia si pensava a produrre oceani di vino ordinario, gli altri paesi - compresi quelli del cosiddetto “Nuovo Mondo” - facevano passi da gigante in termini di qualità, guadagnando progressivamente importanti quote di mercato e costruendo una solida fama di produttori di qualità.

 Negli ultimi 25 anni il mondo del vino italiano - per fortuna - ha vissuto una rivoluzione in ogni aspetto, sia per la volontà tenace di alcuni produttori nel valorizzare l'enologia di questo paese, sia per il crescente interesse per il vino italiano. Questi due eventi, compreso il rinnovato interesse a livello mondiale per la bevanda di Bacco, hanno avviato un cambiamento che si può definire epocale, letteralmente stravolgendo i criteri di produzione e - grazie anche alla progressiva introduzione di moderne tecnologie e pratiche enologiche - il vino italiano ha ripreso il suo cammino verso la qualità, da troppo tempo “sospeso”. La ripresa del cammino verso la qualità è iniziata - all'inizio degli anni 1980 - con i vini bianchi, aiutata anche dalla moda del momento, seguita dai vini rossi e, in tempi recenti, dall'ottima produzione di spumanti metodo classico e Charmat, particolarmente concentrata in Italia settentrionale.

 Anche se lentamente, il vino italiano cominciava nuovamente ad attrarre l'attenzione dei mercati esteri, riprendendo quella dignità e quel ruolo che nei secoli passati contraddistingueva l'Italia. Ma la competizione era - com'era prevedibile - piuttosto serrata e impegnativa: i progressi ottenuti dagli altri paesi del mondo erano sorprendenti e certamente non semplici da superare. Anche perché la produzione enologica dei paesi concorrenti era - ed è ancora oggi - di ottimo livello, pertanto i consumatori, di fronte alla possibilità di scegliere da una serie di prodotti, preferiscono, com'è normale, quelli di qualità migliore e possibilmente venduti al migliore prezzo. Uno scenario non semplice, ovviamente, nel quale affidarsi semplicemente al marchio del “made in Italy” - attraente in ogni paese del mondo - non era sufficiente a garantire al vino italiano un rinnovato successo. Erano necessari i fatti, non solo le parole.

 E i fatti sono arrivati. Da anni la qualità dei vini italiani è indiscutibilmente arrivata a livelli tali da risultare superiore a quella di tanti altri vini provenienti da altri paesi del mondo. Se sia stato anche merito del marchio “made in Italy”, del fascino della cultura e delle tradizioni italiane, poco importa: il risultato parla da solo senza cercare conferme o meriti altrove. E anche i dati sull'esportazione dei vini italiani all'estero parlano chiaro. Le statistiche relative alle vendite all'estero di vino italiano per l'anno 2006, rilevano un incremento del 13% sulle quantità vendute e 9% sull'utile rispetto al 2005. Se si considera poi il periodo delle festività appena trascorso - periodo durante il quale le vendite di spumanti aumenta considerevolmente - i risultati ottenuti dalle bollicine nei mercati esteri sono sorprendenti. Le vendite di spumanti italiani nel 2006 hanno visto un incremento di circa il 17% nelle quantità e 13% sull'utile. Un risultato che conferma ulteriormente i progressi e i risultati ottenuti dalle bollicine italiane, sia metodo classico, sia Charmat.

 Le bollicine italiane stanno riscuotendo un grande successo in Giappone, guadagnando importanti quote di mercato nel paese del sol levante. In Germania il vino italiano ha visto incrementare notevolmente le esportazioni, tanto da rappresentare oggi la quota maggiore del mercato tedesco, seguito da Francia e Spagna. Nell'altra sponda dell'oceano Atlantico si registrano dati altrettanto incoraggianti. Negli Stati Uniti d'America le vendite di vino italiano sono aumentate notevolmente, compreso l'interesse di conoscere la storia, la tradizione e le zone enologiche dell'Italia. Infatti, mentre la situazione delle esportazioni di vini italiani nei paesi dell'Unione Europea si può considerare abbastanza stabile, le esportazioni sono notevolmente aumentate in tutti i paesi al di fuori dell'Unione. Al primo posto nelle esportazioni troviamo i vini rossi e, in progressivo aumento, gli spumanti, segno inequivocabile che le bollicine prodotte in Italia hanno raggiunto livelli qualitativi notevoli.

 Questo è quanto emerge dal rapporto dell'ICE - l'Istituto Nazionale per il Commercio Estero - per quanto concerne le esportazioni di vino italiano all'estero. In questo scenario, si rileva anche che la quota principale delle esportazioni di vino spetta alle regioni dell'Italia settentrionale - che da sole rappresentano oltre il 70% - mentre le regioni del meridione si attestano a poco più del 5%. Un risultato che sorprende, viste le ottime produzioni enologiche delle regioni meridionali, in particolare di vini rossi. Il buon andamento delle esportazioni di vino italiano nel mondo è certamente una notizia che sottolinea ulteriormente i notevoli progressi dell'enologia italiana in campo qualitativo. La conferma che il difficile e tenace lavoro svolto dai produttori per l'affermazione del vino italiano è stato efficace e che la qualità è quello che maggiormente è richiesto dagli appassionati in un vino. L'augurio è che questo risultato sia ulteriormente confermato anche nel 2007 e che la qualità del vino italiano possa crescere ulteriormente, non solo per la gioia degli altri paesi del mondo dove questo è esportato, ma anche per quella degli appassionati di vino in Italia. Alla salute!

 



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La Posta dei Lettori


 In questa rubrica vengono pubblicate le lettere dei lettori. Se avete commenti o domande da fare, esprimere le vostre opinioni, inviate le vostre lettere alla redazione oppure utilizzare l'apposito modulo disponibile nel nostro sito.

 

Come si produce lo Sciacchetrà? Come deve essere servito questo vino?
David Matteoli -- Meadow Vista, California (USA)
Lo Sciacchetrà - che secondo il dialetto locale andrebbe chiamato Sciachetrà - è un vino prodotto nelle Cinque Terre, in Liguria, localmente conosciuto come rinforzato (refursà). Lo Sciacchetrà è prodotto con uve Bosco, Vermentino e Albarola, lasciate appassire dopo il raccolto così da diminuire la quantità di acqua e aumentare la concentrazione di zucchero. Le uve sono quindi pigiate e vinificate, ottenendo un vino dolce e denso. Lo Sciacchetrà deve maturare almeno un anno prima di potere essere commercializzato, mentre per lo Sciacchetrà riserva sono necessari tre anni. Lo Sciacchetrà si serve generalmente a una temperatura di 14° C su piccoli calici da dessert ed è un ottimo abbinamento per la pasticceria secca e per i formaggi stagionati e piccanti.



Si dice sempre che lo Champagne deve essere servito nella flûte e a una temperatura di 6-8° C. Questo non penalizza eccessivamente i suoi aromi?
Hiroshi Yoshida -- Kyoto (Giappone)
Lo Champagne è generalmente servito nel calice flûte a una temperatura piuttosto bassa così da favorire uno degli aspetti che si ritengono più eleganti di questo vino: il perlage. Lo sviluppo di anidride carbonica è infatti favorito nei calici alti e stretti, con una base piuttosto acuta, mentre la bassa temperatura evita la repentina dispersione di questo gas, assicurando una maggiore durata allo sviluppo delle bollicine. Tuttavia, queste due caratteristiche penalizzano eccessivamente lo sviluppo e la percezione degli aromi, anche per il fatto che generalmente le flûte sono riempite quasi completamente. Negli ultimi anni si tende a utilizzare per lo Champagne, ma anche per gli altri grandi spumanti metodo classico, una flûte più larga, così da assicurare sia lo sviluppo delle bollicine, sia un migliore sviluppo degli aromi. La temperatura incide nettamente sullo sviluppo degli aromi e a temperature basse, anche disponendo di un calice più ampio, risultano comunque penalizzati. Per questo motivo, alcuni appassionati di bollicine preferiscono servire questi vini in calici ampi - gli stessi utilizzati per i vini bianchi maturi - a una temperatura di 10-12° C. Questa soluzione penalizza lo “spettacolo” del perlage, tuttavia consente allo Champagne di esaltare al massimo le sue qualità aromatiche, risultato di anni di paziente maturazione in bottiglia.



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