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Che tempi, questi, per occuparsi di vino. Non solo per quelli come me che, nel
bene o nel male, per il meglio che si può, cercano di raccontare quello che si
vede in giro o si trova nel calice, ma anche – e forse, soprattutto –
per quelli che il vino lo producono e poi cercano, o sperano, di venderlo.
Difficile, inoltre, orientarsi in quello che oramai è diventato una sorta di
mercatino di paese, dove ogni imbonitore urla la bontà della merce che
intende vendere, con buona pace delle orecchie dei poveri avventori. Del resto,
si sa, questi sono tempi nei quali chi urla più forte è spesso quello che è
generalmente considerato, non solo il più forte, ma perfino il più credibile.
Senza dimenticare, inoltre, che, a buon pensare, chi urla – tutto sommato – non
ha mai nulla da proporre e dire, pertanto sfoggia la propria arroganza, come
unica e misera risorsa, sperando di suscitare l'ammirazione di molti, affascinati
da tanto vuoto fervore.
A onore del vero, da quando mi occupo professionalmente di vino – da qualche
decennio, oramai – di imbonitori ne ho visti tanti, tutti sgomitando
per farsi largo a suon di epiteti e invettive, cercando di conquistare l'effimera
illusione dell'agognato pulpito dal quale tronfiamente spargere la propria verità
al volgo adorante. Un fenomeno che, non da meno, ho visto in qualunque
attività professionale o ludica nella quale mi sono dedicato con passione nel
corso della mia vita. Oggi, la situazione mi pare sia ulteriormente peggiorata.
Sicuramente anche per effetto del maggiore interesse che, nel corso degli anni,
si è verificato per il vino, il quale – nel bene e nel male – ha
inevitabilmente aumentato le voci del coro, sia quelle da bel canto,
sia quelle terribilmente stridenti e stonate. Inoltre, segno di questi
tempi incerti, la confusione è aumentata in modo smisurato. Quello che si dice
oggi, e nemmeno in modo chiaramente convinto, è praticamente smentito il giorno
dopo, con lo sgomento di chi era evidentemente sicuro di essere il nuovo
messia, depositario, non solo della soluzione, ma perfino della verità,
convinto di avere capito tutto e prima di tutti.
Per quello che posso dire, a me pare, in realtà, il mondo del vino non sa
esattamente quale sia la strada da percorrere e la confusione regna sovrana. A
turno, ognuno si sente in dovere di annunciare la soluzione a un problema
evidentemente complesso, per poi essere smentito da altri che, a loro volta,
sembrano avere capito la facile soluzione a tutto. Tutte le opinioni e posizioni
sembrano comunque avere un fattore in comune: attribuire la colpa a qualcuno o
qualcosa – spesso anche a sproposito – suggerendo quindi una soluzione
contraria alla presunta causa del problema. Sebbene si possa apprezzare l'impegno
e il tentativo nell'offrire una soluzione a quello che è – per il momento – un
problema evidentemente complesso, in realtà, molte voci farebbero bene e
meglio a tacere, evitando di aggiungere rumore a un fracasso assordante.
A volte sarebbe molto meglio ricordare che un bel tacer non fu mai
scritto, parafrasando la celeberrima un bel tacer mai scritto fu del
librettista veneziano Iacopo Badoer, dall'opera Il ritorno di Ulisse in
patria di Claudio Monteverdi.
In tempi recenti, poi, nel mondo del vino tutto sembra ruotare intorno ai
giovani, all'improvviso diventati i detentori delle sorti e fortune della
bevanda di Bacco. Ecco quindi che si insiste nel puntare il dito contro la
comunicazione e narrazione del vino, colpevole di non essere capace di suscitare
la curiosità o l'interesse dei giovani. Avanti, quindi, con la flagellazione dei
colpevoli, rei di non sapere parlare ai giovani che, a loro dire, preferiscono
una narrazione superficiale, ridicola e farsesca, aborrendo certi
tecnicismi che li terrebbero a debita distanza, anzi, decisamente distanti. È
necessario svecchiare, così dicono quelli che hanno capito tutto, senza
poi suggerire esattamente cosa e come andrebbe rinnovato per fare piacere
agli insipienti giovani. Nessuno, in verità, ha il coraggio di dire
esplicitamente che, il suggerimento, è in realtà un invito a usare un linguaggio
banale e vuoto, qualcosa che – diciamola tutta – non è mai appartenuto al vino
nel corso di tutta la sua millenaria storia. A mio avviso, non da meno, questo è
offensivo per i cosiddetti giovani, considerati come soggetti sciocchi,
insipienti e deficienti, nel senso di carenti di qualità
intellettive e capacità cognitive.
Le cantine, poi, sembrano essere ancor più confuse e disorientate. Non solo per
il tanto clamore di questi tempi che circonda il vino, ma anche, e soprattutto,
per le non semplici condizioni economiche e di mercato, non da meno, le nuove
tendenze, clienti e visitatori compresi. Costrette, per così dire, ad adattarsi
alle continue e crescenti richieste e aspettative dei visitatori, molte hanno
dovuto affiancare all'attività primaria – cioè, fare e vendere vino – anche
quella della ricettività, spesso, la ristorazione. Molti diranno che è l'effetto
– o il bello? – dell'enoturismo, attività che negli ultimi anni ha portato, nel
bene e nel male, un flusso enorme di visitatori nelle cantine. Sicuramente si
tratta di un fenomeno positivo, tuttavia noto che, spesso, questi visitatori si
concentrano più – e si lamentano – su come sono stati accolti, più nello
specifico, l'offerta gastronomica, anziché quello che dovrebbe essere, a mio
avviso, il motivo principale della visita: la vigna e i vini. Spesso non basta
nemmeno questo poiché molte cantine affiancano all'offerta enoturistica
anche momenti di spettacolo e intrattenimento.
Non va di certo meglio la produzione del vino, dalla vigna al calice. Prendiamo,
per esempio, l'adozione della viticoltura ed enologia cosiddetta biologica, un
tempo tanto apprezzata e ricercata, spesso utilizzata come leva di mercato.
Sembrava essere il modello produttivo virtuoso e ideale, capace di mettere
d'accordo i produttori e la sensibilità di certi consumatori, per
poi, in tempi recenti, vedere molte cantine letteralmente rinnegare questa
scelta, sostenendo che in verità si tratta di un modello produttivo non
sostenibile, soprattutto a livello economico. Si cerca continuamente di
assecondare le mode e preferenze dei consumatori – vecchi e nuovi – poiché
oggi, come non mai prima, sembra che nessuno sia veramente contento e soddisfatto
di quello che trova nel calice. Spesso a sproposito, non da meno, per conformarsi
ai modelli sociali e comunicativi che, da anni, hanno invaso il mondo del vino,
non sempre in modo positivo, anzi. Si chiedono vini più leggeri, meno alcolici,
meno tannici e astringenti, con meno legno, tanto per citare i principali
desideri moderni. Insomma, il vino deve essere semplicemente meno
vino. Tanta è la confusione e il disorientamento, che, molto probabilmente, i
consumatori non sanno nemmeno cosa vogliono realmente e non solo dal vino.
Inoltre, si cercano vini con maggiore identità – non si sa esattamente
in cosa – più innovativi, che sappiano raccontare la tradizione di un luogo, ma
anche sapere guardare al futuro, non da meno, l'identità del produttore. Poi
nessuno sa esattamente cosa significhi tutto questo, però fa tendenza e
rende tutti così impegnati e aggiornati, poiché questo è il mantra che
tutti ripetono ovunque. A me, come spesso accade, tutto questo da l'impressione
che si stia cercando la solita e bella favoletta, sufficiente a fare dimenticare
il vino che, suo malgrado, da protagonista diviene semplice comprimario, più
spesso, una comparsa utile solo a completare la scena. C'è inoltre la
questione legata al cosiddetto cambiamento climatico, con varietà di uve che
sembrano avere difficoltà nei luoghi e territori dove sono state coltivate per
decenni, se non secoli, con il non banale problema della resistenza alle nuove e
vecchie patologie che impongono soluzioni fitosanitarie non sempre semplici o
immediate. A questo proposito, sono in molti a prevedere una cambio radicale dei
vigneti, abbandonando uve tipiche e acquisite, sostituendole con altre più
resistenti alle nuove condizioni climatiche e meno soggette all'attacco di
malattie e parassiti.
Infine, si continua a ripetere un po' ovunque del generalizzato calo dei consumi,
in questo caso, causato da fattori decisamente complessi e che non riguardano
unicamente quelli economici. Senza considerare, poi, che – nei fatti –
l'attuale produzione di vino risulta essere eccessiva, determinando il non
semplice problema dello smaltimento delle scorte giacenti nelle cantine. A questo
proposito, c'è già chi sta intervenendo in modo drastico, come la Francia, in
particolare nel territorio di Bordeaux, autorizzando e provvedendo all'espianto
dei vigneti, visto il significativo calo di richieste e consumi dei rossi.
L'attuale preferenza per i vini meno vini – più leggeri, meno tannici, più
immediati, meno alcolici, più easy, meno tecnici e, lasciatemelo dire, più
tristemente banali e omologati – esige un prezzo da pagare. Esattamente come
quello che si paga per il tanto rumore che in questi anni circonda il vino, un
grande disorientamento – per tutti, produttori e consumatori – e che, forse,
alla fine lascia solamente un grande vuoto. Compresi i calici, anch'essi
desolatamente vuoti per mancanza di contenuti. In tutti i sensi.
Antonello Biancalana
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