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Sono mesi, oramai, che mi interrogo sul futuro dei vini rossi e liquorosi,
altrimenti noti come fortificati. A guardare le vicende recenti che stanno
interessando il mondo del vino – e non solo in Italia – il futuro non sembra
promettere niente di buono. Le tendenze e i consumi degli ultimi anni, infatti,
stanno evidenziando un progressivo calo nelle preferenze di questi vini e, almeno
per questa volta, le ben note vicende legate alle attuali condizioni di mercato,
non sembrano essere così determinanti. Certamente svolgono anche loro un ruolo,
ma – più che altro – sembra proprio si stia verificando un cambiamento drastico
nelle preferenze dei consumatori. L'enorme stravolgimento dell'identità del vino
e, permettetemi di aggiungere, compresa la sua dignità, sia storica sia
culturale, sembra relegare progressivamente e sempre più i vini rossi e liquorosi
verso la marginale periferia del panorama enologico. Se è vero che per i
vini liquorosi, insieme ai dolci prodotti con uve appassite, questa condizione si
sta verificando da anni, per i rossi, invece, si tratta di un cambiamento
relativamente recente.
I dati relativi alle vendite dei vini rossi, ancor peggio liquorosi e dolci
da uve appassite, sono in netto ribasso da mesi, mentre bianchi, rosati e
spumanti registrano aumenti, anche significativi. Certamente, gli appassionati di
vino che hanno sulle spalle diverse bottiglie versate nei propri calici,
potrebbero dire che, in effetti, l'alternanza dei consumi fra i vari stili di
vino è un fenomeno che si ripete puntualmente e ciclicamente nel corso degli
anni. Questa volta, però, la situazione sembrerebbe essere più seria e
significativa rispetto a un cambiamento di moda o tendenza di mercato. La ciclica
rincorsa, infatti, fra bianchi e rossi è qualcosa alla quale abbiamo assistito
per anni, tuttavia, se è proprio uno dei primari paesi vitivinicoli conosciuti
nel mondo anche per i vini rossi – la Francia – a decidere di estirpare vigneti
coltivati con uve rosse, fa riflettere. E molto. Certo, si tratta di vigneti per
lo più destinati alla produzione di vini di largo consumo, non certo quelli
storici delle appellation francesi.
Segno che, almeno oltralpe, non si prevede la ripresa nel breve periodo del
mercato dei vini rossi, soprattutto in considerazione del fatto che un vigneto
– dopo essere avviato piantando le barbatelle di vite – prima di giungere alla
produzione minimamente significativa in termini enologici, necessita almeno
cinque anni. Oggi i vini rossi che maggiormente soffrono questo nuovo declino
sono quelli dalla struttura robusta e piena, potenti e muscolosi – per esempio
da uve Sagrantino e Nebbiolo – vini che personalmente apprezzo moltissimo.
Certo, non sono gli unici, visto che apprezzo parimenti anche quelli decisamente
più eleganti e meno muscolosi, Pinot Nero su tutti. Molti ritengono la
cucina moderna e le attuali abitudini alimentari come i principali responsabili
di questo cambiamento. Che il vino sia sempre meno presente nelle tavole è un
fatto noto da tempo, qualcosa che riguarda tutti i vini, non solo rossi. Vero
anche i piatti che meglio si abbinano con i vini rossi – soprattutto quelli
robusti – sono sempre meno preparati e ricercati, quindi progressivamente
assenti nelle nostre tavole.
Aggiungendo, inoltre, l'attuale tendenza al minore consumo di bevande alcoliche
– e non solo in favore di altre – i rossi e liquorosi sono certamente le
vittime sacrificali più ovvie, colpevoli di avere un maggiore volume
alcolico. Non da ultimo, e non meno significativo, la recente moda, supportata da
una significativa campagna promozionale, a favore della produzione dei cosiddetti
vini senza alcol, il futuro dei rossi, soprattutto quelli più robusti,
non sembra essere promettente. Si tratta, inoltre, di un cambiamento nelle
preferenze dei consumatori, i quali – negli ultimi tempi – preferiscono quelli
che io definisco i meno vini, cioè meno alcolici, meno tannici,
meno strutturati, meno acidi. Meno vini, appunto. Un
appiattimento di consumi decisamente imbarazzante, fatto spesso di prodotti
semplici, piuttosto insignificanti, che si confondono in mezzo a mille altri
tutti uguali e simili, senza carattere o identità. Sono vini immediati e diretti,
senza particolari pretese enologiche, decisamente opposti e distanti dai
rossi robusti e potenti. Ma anche da quelli semplicemente di buon corpo, con
un certo carattere e personalità.
Ultimamente, a me pare il futuro del vino si stia incamminando nella stessa
strada già percorsa da molti cibi e ricette gastronomiche, cioè quella del
senza. Negli ultimi anni, molto spesso per ragioni legati alla moda, il cibo
al quale da sempre siamo abituati, progressivamente è dovuto sottostare alla
rivoluzione del senza: senza glutine, senza grassi, senza zuccheri, senza
quello che l'ultima moda detta. Pochi, tuttavia, riflettono sul fatto che per
supplire alla carenza del vituperato senza, è necessario aggiungere
qualcos'altro che consenta a quel cibo di essere comunque equilibrato ed edibile,
cioè sufficientemente piacevole. Il vino sta per attraversare la stessa fase
e, il senza alcol, non solo è l'inizio ma anche l'affermazione della logica
moderna che coniuga il buono e accettabile al concetto del meno e senza.
Prevedo dopo il senza alcol, sarà la volta del senza tannini, senza
acidità, senza corpo, per poi trionfalmente giungere al senza vino e
senza cibo. Dove il senza è sostituito dal compromesso – evitando, non
da meno, la fatica del pensiero su cosa sia stato aggiunto in luogo della
sottrazione – e vissero tutti felici e contenti.
I vini rossi e liquorosi, così come la stragrande maggioranza dei dolci da uve
appassite, diventano le vittime sacrificali ideali. Si comincia con il
senza alcol – qualità che questi vini, in genere, offrono generosamente –
puntando poi il dito inquisitore contro tutto il resto: tannini e astringenza,
acidità e struttura, colore e carattere. Non servirà molto tempo, è già tutto
iniziato e ben lo sanno le cantine dedite, appunto, alla produzione di questi
vini che, all'improvviso, dall'olimpo dell'enologia stanno diventando
attori ingombranti nelle carte dei vini, semplicemente considerati
troppo, per meglio dire, non sufficientemente senza o meno. Aggiungendo,
inoltre, il corso moderno della cucina e gli stili dell'alimentazione di questi
tempi, obiettivamente, occasioni per stappare una buona bottiglia di rosso di
carattere, diminuiscono progressivamente, con l'eccezione del desco di
appassionati – io irriducibilmente fra questi – che ancora apprezzano vini
dal pugno di ferro in guanto di velluto. Figuriamoci poi i vini liquorosi,
altra mia passione da sempre, a partire dal mio amatissimo Marsala.
Se mai ci sarà un ritorno, o rivalsa, dei vini rossi, quelli potenti e robusti,
non credo sia imminente e nemmeno entro pochi anni, come le storiche
alternanze degli stili di vino che si sono susseguite nei decenni appena
trascorsi. Per i vini liquorosi e dolci da uve appassite, ritengo sia ancor più
difficile, probabilmente resteranno saldamente ai margini della scena
enologica, come purtroppo accade oramai da decenni. Ovviamente, le mie
considerazioni si riferiscono unicamente al mercato generale e di
massa, quello che – evidentemente – svolge un ruolo importantissimo
nell'economia delle cantine. Considerazioni del tutto diverse per quanto riguarda
le aste e collezionismo dei vini, dove i rossi, soprattutto quelli potenti e
robusti, tengono alto l'interesse degli appassionati, sebbene si tratti,
prevalentemente, di un mondo fatto di etichette, annate,
nomi e bottiglie. Personalmente, trovo decisamente triste assistere
a questo cambiamento, soprattutto al pensiero di anni fa, quando erano questi
rossi robusti, potenti e vigorosi a svolgere il ruolo del protagonista della
tavola e delle degustazioni. Abitudine che conservo ancora con piacere e – a
guardare la direzione dove si sta oramai muovendo il vino da molto tempo –
aumenta in me la sensazione di appartenere sempre più a una certa esigua
minoranza. Questo, tuttavia, mi consola al pensiero, rivolto con sorriso
beffardo e sornione all'ignara maggioranza, la quale non sa cos'ha
perso, cosa sta perdendo e perderà.
Antonello Biancalana
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