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Spero gli estimatori di Lewis Carroll – fra questi, certamente anch'io – non si
offendano per essermi permesso di utilizzare il titolo del suo celeberrimo
capolavoro per l'editoriale di questo mese. Opera straordinaria, distrattamente
considerata come semplice favola per bambini, in realtà è un magnifico
libro che, nella sua versione completa e originale, va letto in modo tutt'altro
che distratto. Dopo la doverosa premessa, devo tuttavia aggiungere, l'uso e il
riferimento che farò del grande capolavoro di Lewis Carroll è, ahimè, quello più
comune e generalmente considerato, cioè di fiaba o favola che dir si
voglia. Ammetto, non da meno, questo editoriale è in larga parte provocatorio e
polemico, frutto di considerazioni che, inevitabilmente, sono conseguenza
dell'attuale e fastidioso mantra che si ripete ovunque fino alla nausea,
non da meno, alla noia e sfinimento. Almeno per me, davvero, non se ne può più.
Secondo molti, infatti, oggi è indispensabile cambiare il modo con il quale si
racconta il vino, cioè la modalità da seguire religiosamente per
costruire e spargere al volgo la nuova mirabolante e salvifica favola
enologica. La buona novella che salverà le sorti dei nostri calici.
Sembra proprio che i consumatori, soprattutto quelli nuovi e giovani, debbano
trasformarsi tutti in novelli e moderni Alice, la quale, bontà sua, si
meravigliava continuamente di fronte alle tante situazioni narrate da Lewis
Carroll. Tuttavia, la solerte Alice, si poneva domande e le faceva anche agli
interlocutori che incontrava durante il suo fantastico viaggio. Oggi, invece,
sembra proprio che intorno al vino si debbano costruire solamente favole da
ascoltare rapiti e, solo con quelle, appassionarsi al vino. O meglio, alla favola
che, abilmente, si dovrebbe costruire per compiacere i consumatori. D'accordo. Ma
quali, esattamente? Quelli occasionali e distratti – che comunque comperano e
pagano, ovviamente è questo il nobile fine – oppure quelli che guardano
prevalentemente alla sostanza e qualità anziché alle chiacchiere? Non
sento più, infatti, voci e opinioni che si confrontano intorno alla qualità del
vino espressa dal calice: sono diventati argomenti inutili che, a quanto pare,
appassionano solamente pochi, noiosi e nostalgici superstiti.
A me pare, da tempo, il mondo del vino esalti quasi esclusivamente l'apparenza
piuttosto che la sostanza. Sebbene questo mi dispiaccia, tuttavia non mi stupisce
affatto, poiché è semplicemente coerente con i nostri tempi. Apparire,
soprattutto, sembrare senza essere. Anzi, essere fieramente niente, come
ragione di vanto e orgoglio. Il vino non si sottrae a questa mania dei
nostri tempi, tutti impegnati ad apparire: un tragico vezzo all'insegna
dell'effimera illusione offerta dalla superficialità di quel che si vede anziché
quello che realmente è. Negli ultimi anni, infatti, la comunicazione del vino si
sta concentrando – direi, in modo quasi ossessivo – a parlare di come appare,
o dovrebbe apparire, il vino, con un contorno fatto di elementi, sovente
del tutto avulsi, solo con lo scopo di vendere la potenziale illusione di un
vino, piuttosto quel che è realmente. È un po' come, nel ricevere un regalo,
apprezzare principalmente, se non esclusivamente, com'è stato confezionato,
incartato e infiocchettato, anziché il regalo per quel che è, anche e soprattutto
per il gesto che rappresenta. Un tempo, in questi casi, si diceva è il
pensiero quello che conta, oggi, invece, pare piuttosto è il fiocco e
l'incarto che contano.
La mia opinione, discutibile certamente, è che, in questo senso, si stia
esagerando. Le cose cambiano e tutto cambia, nulla è per sempre: questo è un
principio – almeno per me – indiscutibile, inevitabile e innegabile. Quanto
meno per la semplice evidenza dei fatti che hanno fatto la storia e non solo
quella del vino. Tuttavia il continuo e ossessivo messaggio che la comunicazione
del vino debba cambiare, comincia a essere fastidioso, e anche molto. Soprattutto
per il fatto che il cambiamento dovrebbe riguardare principalmente gli elementi
che ruotano intorno al vino, collocando – quello che è in realtà il
protagonista – in un ruolo quasi marginale. Diventano fondamentali e unici,
secondo i nuovi illuminati comunicatori, l'identità del territorio, del
produttore, la storia del luogo, quanti uccellini si posano sui tralci delle
viti, se sono felici o pensierosi, comprese le abitudini alimentari del
produttore e se questo ha solidi principi morali ed etici che testimoniano la sua
storia. Il vino? A chi importa? In fin dei conti, sono così tanti a produrlo,
figuriamoci se perdiamo tempo a parlarne, capire e comprendere se è buono o com'è
fatto.
Le storie si inventano, poi si recitano o raccontano. Con le parole, quando sono
ben raccontate e recitate, si costruiscono sogni e illusioni, sentimenti e
sensazioni, risate e pianti. Ma anche suggestioni e mode. Queste, vanno e
vengono, come piume al vento. Ben lo sa chi, come me, per esempio, ha esperienza
anche in ambito teatrale, non solo nel palco come attore e regista, ma anche
autore di commedie. Il punto, infatti, è proprio questo: se ho voglia di
ascoltare o raccontare storie e favolette, vado a teatro, non in una cantina o in
enoteca. Il vino si racconta – a mio avviso – per quel che è, come si racconta
un fatto di cronaca per esserne stato testimone. Vorrei ascoltare e raccontare la
voce del vino, quella che emerge dal calice, non la favola inventata e costruita a
effetto, che concede l'illusione di tutto, tranne la sostanza del vino. Vorrei
raccontare e parlare della qualità del vino, qualcosa che vedo sempre più
allontanarsi dal discorso del vino, spesso devastato da un'imbarazzante
superficialità e apparenza. Continuo a chiedermi se, davvero, i consumatori, o
presunti tali, possano essere facilmente turlupinati in questo modo, perfino
puerile, tanto da letteralmente svuotare gli scaffali dei vini, con occhi
sognanti e ossessionati dalla fantastica favola che gli hanno raccontato.
Ho immaginato diverse volte un dialogo simile fra due moderni appassionati di
vino, adepti della nuova comunicazione. «Allora? Cosa pensi di questo
vino?» «È davvero pessimo!» «Ti sbagli. Pensa che ha un'identità pazzesca! Il
produttore, tutte le mattine, recita a memoria la Divina Commedia di Dante, i
suoi vigneti sono a Bengodi, un territorio fantastico – come sanno tutti –
unico, abbondante di tradizioni, storia e infinite bontà. Le api, entrando nel
suo vigneto, suonano l'arpa celtica e gli usignoli cantano festanti in coro
suggestive odi a Bacco! Secondo me dovresti riassaggiarlo.» «D'accordo. Versamene
un altro calice.» Quindi, dopo il nuovo sorso rivelatore: «Allora? Che ne dici
adesso?» «Accidenti! Hai proprio ragione! È una storia bellissima! Che identità!
Che territorio magnifico! Si sente tutto il talento e la storia del produttore! E
il coro degli usignoli! Proprio come dicevi! Le api con l'arpa celtica sono
davvero commoventi! Corro subito a comperarne una dozzina di bottiglie prima che
finiscano. Anzi, due!» D'accordo, si tratta di una provocazione farsesca,
tuttavia non differisce così tanto dalle tante storielle che sovente si
raccontano cucite addosso a un vino, dimenticando il vino. Siete davvero
sicuri che funzioni? Pensate veramente che i consumatori – soprattutto i tanto
bistrattati giovani – si lascino convincere da simili favolette? Inoltre,
siete davvero convinti che, in questo modo, si riesca a fidelizzare i consumatori?
Così fosse, avete ragione voi, è una soluzione semplice e alla portata di
tutti: basta cambiare o inventare una nuova favola, ed ecco accorrere, a frotte,
nuovi e festanti consumatori rapiti da tanta identità. Così fosse, prevedo un
futuro decisamente cupo e difficile per agronomi ed enologi. Perché è evidente
che le loro competenze e conoscenze diventeranno così marginali per qualunque
cantina, progressivamente sostituiti da guitti e cantastorie. Loro
sì che sanno come si fa un vino unico con identità! La qualità? In fin dei conti,
a cosa serve quando si ha una bella favola capace di regalare con poco un sogno e
un'illusione? Saremo tutti come Alice e le sue mirabolanti avventure nel
meraviglioso paese ideato da Lewis Carroll, insieme ai fantastici e alquanto
bizzarri personaggi che lo popolano. A quel punto, potremo anche
riscrivere il magnifico capolavoro di Lewis Carroll, non prima di averne
modificato il titolo in Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie
Enologiche. Non so voi, ma penso di prenotarne almeno cinque copie. Hai visto
mai dovesse essere un magnifico successo editoriale?
Antonello Biancalana
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